«Rimasto a piedi nella savana di notte»: paura al safari per un bresciano

Per Gianandrea Corini la vacanza in Kenya si è trasformata in una prova di coraggio: «Ho rischiato la vita»
Gianandrea Corini e Neepa, la guardia Masai che lo ha aiutato - © www.giornaledibrescia.it
Gianandrea Corini e Neepa, la guardia Masai che lo ha aiutato - © www.giornaledibrescia.it
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Solo, a piedi nella savana africana nel buio della notte, e senza possibilità di comunicare con qualcuno. Quella che sembra una storia uscita dalla penna di Salgari è il racconto che Gianandrea Corini, 42enne di Brescia, fa della sua vacanza in Kenya. Un’«indimenticabile traversia», come la chiama lui ora con il sorriso sulle labbra, anche se ha vissuto attimi di puro terrore, nel pericolo di venire attaccato da leoni o altri animali: «So di aver rischiato la vita, ma non c’era davvero altra alternativa», dice.

La vacanza a Nairobi

Tutto è iniziato a il 9 agosto, quando Gianandrea, padre di famiglia e gestore di un negozio di articoli casalinghi, atterra a Nairobi per una vacanza. Ad attirarlo è lo stile di vita della capitale e la città a stretto contatto con la natura selvaggia. Il piano è fare il viaggio da solo, un’immersione in quel paesaggio che prima aveva visto soltanto nelle guide turistiche, ma durante l'itinerario conosce anche una famiglia di altri bresciani e Neepa, una guardia Masai. La sua meta principale è il safari della Riserva naturale dello Tsavo Est, attraversata dall’omonimo fiume.

Il parco dei «divoratori di uomini»

Oltre a essere uno dei parchi naturali più antichi e grandi del mondo, la regione dello Tsavo è diventata famosa anche per i «divoratori di uomini»: due feroci leoni che, durante la costruzione della ferrovia  a fine Ottocento, divorarono 135 operai in un solo anno. Tempi lontani che non spaventano affatto Gianandrea, che si cimenta nel safari a bordo della jeep equipaggiato con il minimo indispensabile: un telefono, quattro borracce e, da cristiano molto devoto, un piccolo crocifisso. Dopo quattro ore di tour, però, la macchina di Gianandrea si impantana. Sono le quattro del pomeriggio: l'uomo le prova tutte, utilizza anche un grande tronco come leva, ma non riesce a ripartire. In quel momento si accorge anche che il suo iPhone non prende. «Ho dovuto scegliere: o rimanere lì chissà fino a quanto, senza poter chiedere aiuto, o muovermi verso l'uscita che distava però 25 chilometri». Così, il 42enne scende dalla macchina.

Il cammino infinito

«Cominciai a camminare senza mai fermarmi, volevo arrivare il prima possibile». Ma le ore passano e il sole comincia a tramontare, quando finalmente riesce a contattare Neepa e la compagna Valentina, che dal Kenya e dall'Italia si attivano per allertare le autorità del parco. Ma mentre impazza questa rete di telefonate da un capo all’altro del mondo, la luce cala definitivamente e, quasi all’improvviso, l’uomo si trova immerso nel buio più totale. «Mi sembrava di essere in una cantina con tutte le finestre chiuse. Avevo tanta paura e sconforto: tutte le telefonate mi sembravano inconcludenti e la stanchezza era quasi insostenibile. Ogni minuto era eterno». Il momento che non scorderà mai più è stato proprio quando intravede un’antilope spuntare all’improvviso e fuggire. Per capire da cosa, l’uomo si volta e dietro di lui vede lampeggiare due occhi di felino. «Era un ghepardo, mi hanno spiegato - racconta con la voce incrinata e gli occhi lucidi - io mi sono voltato di nuovo e ho ripreso a camminare, pregando che andasse tutto bene. Ma la sensazione di avere dietro qualcosa che da un momento all’altro può saltarti addosso non la scorderò mai più».

Ranger in soccorso

Proprio quando non ci sperava più, Gianandrea vede avanzare altri due punti luminosi, stavolta quelli dei fari del fuoristrada dei ranger, che grazie agli allarmi telefonici erano entrati in azione recuperando il bresciano. «Quando sono salito sulla loro jeep sono scoppiato a piangere: erano lacrime di stanchezza, di gioia, ma anche di dispiacere per aver fatto preoccupare loro e la mia famiglia».

Ora Gianandrea è tornato a Brescia e ha ripreso la vita di tutti i giorni. Ma non scorda quello che ha vissuto in Kenya: «Se lo rifarei? Sì, ma perché non ho avuto scelta. So che i locali condannano l’avventurarsi a piedi nei safari, e io sono d’accordo. Sono una persona prudente quando viaggia».  E alla domanda su che cosa ha imparato dall’incidente, risponde: «La gratitudine verso le persone che mi hanno soccorso, perché mi hanno accolto col sorriso nonostante lo spavento. E, per il prossimo safari - sdrammatizza - avere un razzo segnalatore in caso di pericolo».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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