Cucù. La voce di un cuculo mi sorprende mentre percorro lento l’appartatata via Cucca, in città, all’ombra del colle di Sant’Anna. I pensieri cominciano a viaggiare per conto proprio e di colpo mi torna alla mente la rima che i bambini montanari rivolgevano al volatile canzonatore: «Cucù, cucù padél, quancc àgn g’hó de fà el pasturél?». Ogni cucù, un anno con le pecore. Forse. Mai fidarsi.
Perché il cuculo è beffardo, si prende gioco di te. E infatti il termine cùco (che in dialetto indica il cuculo) si trova a fagiolo nell’espressione fà cùco, cioè prendersi gioco di qualcuno. Ma cùco è anche il babbeo, lo sciocco, colui di cui prendersi gioco è più facile. Già in latino il «cucùlus» era l’uccello ma indicava pure tanto l’imbecille quanto l’infingardo (oltre che l’adultero, per il suo costume di deporre le sue uova nei nidi altrui). Se le cose stanno così si capisce perché il verbo cucà (proprio come l’italiano «cuccare») indica l’azione dell’acquisire con l’inganno («I m’hà cucàt una galìna..») o del sorprendere («Steólta t’hó cucàt...»).



