Pupo, Sanremo e la corsa campestre

La situazione è grave, ma non seria. Ogni giorno solo conferme. L’ultima è da premio Nobel per l’audacia, per non dire di peggio, restiamo dei gentleman. Enzo Ghinazzi, in arte Pupo, ha raccontato gustosi retroscena del Sanremo edizione 2010, vinse Valerio Scanu con «Per tutte le volte che», se dite di ricordarla mentite spudoratamente, ma andiamo oltre. Al secondo posto si piazzarono Pupo, appunto, in gara con il tenore Luca Canonici e con Emanuele Filiberto. Ebbene, Enzo Ghinazzi, in arte Pupo, ha raccontato che furono in realtà loro i trionfatori con la dimenticabilissima e pacchianissima «Italia amore mio».
Ma perché questo non fu riconosciuto a furor di popolo? Ed eccola la notizia: fu il Quirinale a intervenire, il presidente della Repubblica non poteva accettare il trionfo di un rappresentante di Casa Savoia, la democrazia era in pericolo. Con il secondo posto invece la Repubblica era salva. Che meraviglia. Quando subiamo una sconfitta non riconosciamo mai i meriti di chi ci ha battuto, cerchiamo lo zampino del Grande Orchestratore Misterioso che ci mette i bastoni fra le ruote. Però Enzo Ghinazzi, in arte Pupo, mi ha fatto riflettere.
Nel dicembre 1986, ero in terza media, venne follemente organizzata una corsa campestre alle Montagnette di Roncadelle, come indica il nome un luogo d’inverno particolarmente freddo. Per tutta la durata della sfida agonista restai saldamente penultimo, dietro di me solo Costantino. Una scivolata mi fece precipitare in fondo alla classifica. La mia prestazione, ora è chiaro, fu chiaramente sabotata da Qualcuno.
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