Pier Carlo Orizio: «Sinergie tra le arti per coinvolgere i giovani»

Il Direttore del Festival Pianistico per «Interviste allo specchio», condivise con L’Eco di Bergamo nell'anno della Capitale della Cultura
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Questa intervista è parte del progetto «Interviste allo specchio», condiviso con L’Eco di Bergamo e nato in occasione del 2023, l’anno che vede i due capoluoghi uniti come Capitale della Cultura 2023. Ogni domenica i due quotidiani propongono l’intervista a due personaggi autorevoli del mondo culturale (nell’accezione più ampia), uno bresciano e uno bergamasco, realizzate da giornalisti delle due testate. Di seguito trovate l’intervista al personaggio bresciano. Per scoprire il contenuto dell’intervista all’omologo bergamasco, invece, vi rinviamo a L'Eco di Bergamo (in calce all’intervista trovate il link diretto alla pagina dedicata del quotidiano orobico).

Che la collaborazione tra Brescia e Bergamo possa dare ottimi frutti è dimostrato dall’esperienza pluriennale del Festival Pianistico Internazionale, una delle rassegne concertistiche di musica classica più prestigiose. Su questo terreno si è cementato un legame che dura dalla metà degli anni ’60, ben prima che nascesse l’idea della Capitale italiana della Cultura. Pier Carlo Orizio, direttore artistico del Festival di Brescia e Bergamo, rivendica a buon diritto il primato.

Maestro Orizio, nel 2023 si festeggia la 60ª edizione del Festival: come sono i rapporti tra le due città proponenti?

In tanti anni sono cambiate molte cose, ma gli elementi costitutivi del Festival restano invariati: possiamo dire che nel nostro Dna ci sia anzitutto l’alleanza tra Brescia e Bergamo. Magari possono verificarsi alti e bassi, come nella vita delle coppie, però il legame rimane solido.

Due città amiche ma anche diverse, giusto?

Spesso mi sorprende la reazione degli artisti che, stranamente, in maniera alternata, preferiscono una città rispetto all’altra. In una il pubblico sarebbe più colto, nell’altra più freddo… Ma si tratta di sensazioni soggettive perché statisticamente si arriverebbe a una situazione di parità. Per non parlare della perenne questione se sia migliore l’acustica del Teatro Grande o quella del Donizetti. Dopo sessant’anni di discussioni, ancora non lo sappiamo.

Al teatro Grande l’Orchestra del Festival pianistico internazionale - © www.giornaledibrescia.it
Al teatro Grande l’Orchestra del Festival pianistico internazionale - © www.giornaledibrescia.it

Come siete usciti dall’esperienza della pandemia?

È stato un periodo lungo, troppo lungo. A noi ha portato danni, ma a tante persone, purtroppo veri e propri drammi. Nonostante tutto, siamo riusciti a recuperare gran parte del nostro pubblico, che è numericamente importante, cosa che invece non si è verificata per altre organizzazioni musicali. Tra i pochi fattori positivi, vorrei ricordare che il Covid ci ha fatto anticipare l’inizio dei concerti alle ore 20 permettendoci di allinearci agli standard nord-europei preferiti dagli artisti e, a quanto pare, anche da una larga parte dei nostri abbonati. 

Si vedevano più giovani nelle prime edizioni?

Negli anni ’70, quando studiavo al Conservatorio, quasi tutti i miei compagni di pianoforte frequentavano il Festival. Oggi le presenze giovanili ai concerti classici si sono diradate. Per ora nessuno sembra in grado di spiegare il fenomeno o di dare la ricetta, neanche le grandi istituzioni.

Cosa fare per migliorare la situazione?

Sono state tentate varie strade. Per esempio, alcuni giovani interpreti hanno scritto libri divulgativi: mi vengono in mente il direttore d’orchestra Andrea Battistoni («La musica non è per vecchi») e la pianista Leonora Armellini («Mozart era un figo, Bach ancora di più»), con il desiderio di andare incontro ai coetanei. Vicini a questa tendenza anche i solisti che indossano magliette al posto del frac, o chi sostiene che Bach e Vivaldi fossero i «rockettari» del loro tempo. Personalmente, confido in un’altra strada: quella della qualità artistica. Quando suonano artisti di qualità e di passione superiori, il pubblico c’è sempre, e include anche i giovani.

È stato doloroso dire no al grande pianista russo Denis Matsuev per motivi politici?

Molto. L’arte dovrebbe essere al di sopra di ogni conflitto, la musica è uno strumento straordinario per creare ponti dove la diplomazia non arriva. Si pensi all’orchestra creata da Barenboim con musicisti israeliani e palestinesi. Durante la guerra fredda le orchestre americane si contendevano la prima esecuzione occidentale di una sinfonia di Shostakovich, compositore che mai avrebbe preso le distanze dal regime sovietico. Anche oggi dobbiamo mettere in conto che opporsi ad un regime non è di tutti e sarebbe ingiusto da parte nostra pretenderlo.

Leggi l'intervista a Daniela Gennaro Guadalupi sull'Eco di Bergamo

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