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Brescia e Hinterland

Parla Delfino: «Strage: una sola verità, la mia»

Redazione Web

Brescia e Hinterland
3 mag 2012, 14:39
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Anni dopo e dopo anni. L'ex generale, mai presente in aula davanti ai giudici, rompe la consegna del silenzio davanti ai giornalisti. Assolto due volte dall'accusa di concorso nella strage di piazza Loggia e di favoreggiamento dei coimputati, Francesco Delfino, 76 anni a settembre, convoca taccuini e macchine fotografiche a Santa Marinella, sul litorale romano, nel giardino della Residenza per anziani che lo ospita da tempo. «Sono stato vittima di un calvario - dice -. La notizia del rinvio a giudizio per me è stata la peggiore. I due processi, a confronto, non sono stati nulla. Non mi hanno fatto né caldo, né freddo».

Affiancato dai legali che l'hanno difeso in aula, gli avvocati Ennio Luponio, Stefano Forzani e Paolo Sandrini, l'ex comandante del Nucleo investigativo dei Carabinieri di Brescia non appare certo per come lo descrive la sua cartella clinica. Non sembra sua quella sfilza di malanni lunga quasi quanto il suo stato di servizio. Anche il tono di voce smentisce i medici.
«Il trattamento che mi è stato riservato dalla giustizia italiana non rientra nei canoni del giusto processo: uno deve sapere di cosa è accusato - tuona Delfino - e chi lo accusa. Si è detto che io non potevo non sapere. Ma chi l'ha detto? Dove sono le prove?».

Per i pm il suo coinvolgimento nell'attentato di piazza della Loggia è provato, tra le altre cose, dalla direzione sbagliata che fece prendere alle indagini e che portò al capro espiatorio: Ermanno Buzzi. Nel lavoro ai fianchi per incastrarlo, per i pm Di Martino e Piantoni, c'è la conferma del depistaggio per coprire se stesso e gli altri imputati. «Fu il giudice Arcai ad indicarmi Buzzi - ha detto l'ex generale - mi disse che poco dopo la strage lo vide in Tribunale, pallido in volto, spaventato». Non era l'unico elemento che portava a lui secondo Delfino. «Il padre di Angiolino Papa, che era un amico stretto di Buzzi, venne da me a dirmi che suo figlio gli aveva riferito di aver visto sei candelotti di tritolo sul letto di quest'ultimo».

Per l'ex generale quella che portava al ladro di opere d'arte, anche per questo, era una pista vera. «Tutte le volte che avevamo le prove contro Buzzi - spiega Delfino - l'abbiamo arrestato. Non ci fu mai alcun accordo, tanto meno quello secondo il quale lui si sarebbe accollato un ergastolo in primo grado e io lo avrei aiutato in appello ad ottenere un'assoluzione».

Ancora oggi per l'ex comandante del Nucleo investigativo l'unica firma possibile sulla strage è proprio quella del trafficante d'arte. «Ne ero convinto allora e per questo lavorai ai fianchi lui e il suo ambiente. E ne sono convinto ancora oggi - aggiunge Delfino -: fu proprio Buzzi del resto a parlare di uno scherzetto ai comunisti. Uno scherzo che gli è sfuggito di mano».
I pm che hanno portato a processo Delfino la pensano diversamente. Credono che l'ex generale dell'arma abbia fatto di tutto per costruire attorno al suo candidato ideale un'accusa blindata, ma anche per blindare la sua impunità e quella di chi firmò la strage. Credono che sia arrivato a promettere dieci milioni ad Angelino Papa. «Una favola. Papa era interrogato a Cremona - racconta Delfino -: in una pausa dell'interrogatorio venne da me e mi prese sotto braccio. Mi disse che aveva un peso sullo stomaco. Io gli consigliai di dire la verità, di liberarsene. Di confessare ai giudici che a mettere la bomba erano stati lui e Buzzi. Al termine dell'interrogatorio Papa tornò da me, mi chiese sigarette e acqua. Io tirai fuori diecimila lire e gliele diedi. Diecimila lire, non dieci milioni. Nell'arma i confidenti - spiega l'ex generale - si pagano ad operazione finita».

L'ipotesi che la scelta di Buzzi rispondesse ad un identikit tracciato in un incontro a Rovato, pochi giorni dopo la strage, con l'on Giorgio Pisanò e Mirko Tremaglia, non scuote il capitano. «L'appuntamento fu registrato dal giudice Arcai - ha precisato l'ex comandante - ma quel nastro andò perso. Lo recuperai io per il processo, non c'era nulla da nascondere».
Da nascondere forse avevano qualcosa i colleghi carabinieri di Padova. Secondo l'accusa l'Arma patavina, pochi giorni dopo la strage di piazza della Loggia, sapeva che Carlo Maria Maggi aveva dichiarato: «Brescia non deve rimanere un fatto isolato». «Io a Padova non sono mai stato - ha concluso Delfino - e se anche Maggi l'avesse detto, non vuol dire che la strage sia da attribuire a lui e agli altri imputati».

Dall'inviato a Roma
Pierpaolo Prati

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