Nella Torre dei prigionieri scopre la poesia del bisnonno

«Nonno, ecco qui la scritta». Gabriel Giappi sorride contento e con l’indice mostra a nonno Carlo le parole incise sull’intonaco nella Torre dei prigionieri. Sono i versi di una poesia, leggibile a fatica, con una firma rimasta misteriosa per 76 anni. Fino a quando Gabriel l’ha decifrata: Giappi Francesco. Come il bisnonno, che in famiglia raccontava di essere stato incarcerato in Castello senza aggiungere molti particolari.
Di certo, non aveva mai detto di quella poesia. «Non ne sapevo nulla, e vedere oggi quelle parole di mio padre è stata una grande emozione», riconosce Carlo Giappi guardando con orgoglio il nipote Gabriel di 9 anni, alunno di quarta elementare a Vobarno. È sabato pomeriggio. C’è tutta la famiglia Giappi in Castello.
In particolare Gabriel, papà Marco, mamma Liset, nonno Carlo, accompagnati da Roberta Possi, guida dell’Associazione speleologica di Brescia, e da Giusi Villari, presidente dell’Istituto Italiano dei Castelli, sezione lombarda. Riuniti nella cella numero 18 della Torre, dove il bisnonno Francesco restò fino al termine della guerra.

Gabriel, occhi e curiosità da ricercatore, ha visitato la Torre dei prigionieri lo scorso agosto con papà. «Siamo andati nella cella 19 - racconta - e ho visto che c’erano delle scritte sui muri». Il Castello è stato usato nei secoli come fortezza e come carcere, dai tempi dei francesi alla Seconda guerra mondiale. «Ho detto a mio papà: "Andiamo a vedere le altre se troviamo segni del bisnonno"».
Nella 18 lo sguardo di Gabriel si posa sulla poesia dall’autore misterioso. «Ho visto il cognome, Giappi, come me. Ho chiamato mio papà: "È proprio la cella del nonno"». La conferma poco dopo. Marco fotografa le parole, invia il messaggio a Carlo, che riconosce la grafia del padre.Un passo indietro, al febbraio 1945. Francesco, classe 1908 (morirà nel 2003), di Vobarno, simpatie per il Duce, è stato assegnato dalle autorità al servizio di sicurezza nella stazione di Rezzato. A casa ci sono moglie e due figli piccoli, che tirano la cinghia. La guerra sembra agli sgoccioli, per fascisti e tedeschi si mette male. Francesco decide di tornare a Vobarno per aiutare la famiglia, ma ci resta poco: le Ss lo vanno subito a prendere, gli rifilano qualche sberla e lo portano a Brescia. Torre dei prigionieri, cella 18. Sul muro (non sappiamo con che mezzo) incide la poesia, che allude chiaramente alla sua storia.

Eccola: «Si nutrivano i miei bambini/ sol con pochi fagiolini/ e finiti pure quelli/ misi le mani nei capelli/ E scappando da Rezzato/ a casa mia sono andato/ e disertore fui chiamato/ e qui dentro accompagnato». Le ultime due righe sono confuse. Azzardiamo: «E la vita mia gaia e bella (...) è finita alla Mirabella». In realtà, come detto, non era la Mirabella ma la Torre dei Prigionieri. «È la prima volta che vengo qui. Mio padre - ricorda Carlo - mi diceva che ci stavano in venti, dormivano su un pagliericco pieno di pidocchi. Della poesia non mi aveva mai accennato». Dopo la guerra Francesco Giappi ha lavorato per una vita alla Falck di Vobarno.
E torniamo all’oggi. La storia viene raccontata a Giusi Villari, che del Castello di Brescia conosce pietre e vicende. Finalmente quei versi - fra le testimonianze iconografiche più evidenti nelle celle della fortezza - hanno un autore, un’origine, un significato preciso. Chi le ha incise non è di Rezzato, e il cognome non è Gioppi. La curiosità e la prontezza di Gabriel meritano un premio. Così, l’Istituto Italiano dei Castelli decide di assegnare al bambino un attestato di merito «per ricerca storica castellana». Giusi Villari lo ha consegnato ieri pomeriggio nella cella 18, davanti al muro con la poesia. «È bello che gli studenti, soprattutto così giovani, si interessino alla storia, ai castelli, alle vicende del passato», sottolinea. Anche attraverso uno strumento immediato come la biografia di un parente. Un pezzo di vita scolpito nel muro di un carcere.
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