Malati mentali autori di reato: lunghe liste d’attesa per un posto nelle Rems

In ospedale c’è un reparto, il servizio psichiatrico di diagnosi e cura, che accoglie pazienti con problemi di salute mentale in fase acuta. Meglio, dovrebbe accogliere, perché ci sono persone che dovrebbero essere altrove. Una è appena stata trasferita, dopo aver occupato per un anno e mezzo una stanza del reparto. Ora è a Castiglione delle Stiviere, nell’unica Residenza lombarda per l’esecuzione delle misure di sicurezza decise dal giudice penale (Rems). Un anno e mezzo in attesa di un posto letto in una realtà che, per legge, è deputata ad accogliere autori di reato ritenuti infermi o seminfermi di mente, nonché socialmente pericolosi.
Pericoloso
«Socialmente pericoloso, ma in un luogo per acuti che non attua alcun progetto mirato, in contrasto dunque con quanto dovrebbe essere la funzione della Rems, ovvero l’adozione di una terapia e riabilitazione strettamente personali nei confronti del paziente, tenendo conto del grado della misura di sicurezza giudiziaria e della pericolosità personale e sociale o del reato commesso» spiega Valentina Stanga, psichiatra referente dell’équipe forense del Dipartimento di Salute mentale del Civile diretto dal professor Antonio Vita. Un ruolo, dunque, di collegamento tra magistratura, psichiatria e periti per la gestione dei pazienti psichiatrici autori di reato sul territorio.
Attesa infinita
Un’altra paziente si trova ancora nel reparto psichiatrico di diagnosi e cura in attesa che si liberi un posto nella Rems, la Residenza. «Le difficoltà di gestione sono enormi, perché non è questo il luogo dove devono rimanere - continua la psichiatra -. Oltre al reparto, la nostra équipe si occupa di 120 persone autrici di reato in parte anche seguite dai Centri psico-sociali. Un numero sottostimato perché non tutti quelli che arrivano ai Cps dichiarano di essere sottoposti a misure di sicurezza». Non solo. «Ci sono detenuti per i quali il magistrato decide il ricovero nel Rems ma, siccome mancano posti, rimangono anche più di un anno in carcere in lista - continua -. Questo significa che il luogo di custodia diventa, suo malgrado, luogo di cura, ledendo due diritti in un colpo solo: la tutela della persona con problemi di salute mentale autrice di reato e il diritto alla salute e alla sicurezza di chi lavora in carcere».
Esposti alla violenza
Una delle conseguenze di quella che, ad una prima lettura, potrebbe sembrare la «storia di un fallimento delle Residenze», è che sia nel Servizio psichiatrico di diagnosi e cura sia in carcere gli operatori sanitari, e non solo, sono esposti a violenze verbali e fisiche. Un fenomeno in aumento, come testimonia la stessa Valentina Stanga. «Nel mese di aprile sono stata otto volte per lavoro a Canton Mombello e in tre ho subito pesanti aggressioni verbali - racconta -. C’è chi ha minacciato di sequestrarmi, chi ha cercato di ribaltarmi addosso la scrivania, chi ha detto che voleva spararmi in viso. Non esattamente una passeggiata e essere donna non migliora la situazione perché molti detenuti tendono a sminuirti. Non hanno paura di una persona piccola e minuta come la sottoscritta. La legge istitutiva delle Rems è certamente ottima, ma ha vuoti normativi: se in esse non c’è posto, cosa si deve fare? La risposta non c’è e si chiede al Dipartimento di Salute mentale di tappare la falla. È costante il nostro sforzo di evitare che questi pazienti rimangano ricoverati nei reparti, occupando posti letto preziosi per le situazioni acute. Nelle Comunità territoriali, tuttavia, si ripete il problema: operatori e ospiti sono esposti a rischio di violenza. Del resto, chi è segnalato alle Rems non è solo autore di reato, ma è incapace di intendere e volere e socialmente pericoloso».
Miti da sfatare
Valentina Stanga, nel delineare il fenomeno, precisa con forza, però, la necessità di «sfatare il mito che collega il paziente psichiatrico alla violenza senza valutare altri fattori, quali l’abuso di sostanze». «Accade spesso che sia lui ad essere vittima piuttosto che autore di violenza - conclude -. Non bisogna cadere nell’inganno di dire che se una persona è disfunzionale è per questo psichiatrica: nella maggioranza dei casi non esiste un nesso di causa tra patologia mentale e reato. Si tende a trovare una spiegazione attribuendo alla malattia ciò che non riusciamo a spiegarci».
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