Brescia e Hinterland

«Lo sticker hot equivale a scatto pedopornografico»: giovane condannato

Una foto virtuale con l’immagine esplicita di un bambino è ritenuta illegale dai giudici bresciani
Andrea Cittadini

Andrea Cittadini

Vicecaporedattore

Per il giudice l’emoticon salvata sul cellulare equivale ad un’immagine pedopornografica
Per il giudice l’emoticon salvata sul cellulare equivale ad un’immagine pedopornografica

Il pubblico ministero aveva chiesto l’assoluzione sostenendo che il fatto non costituisse reato. Per il giudice però quello sticker salvato sul cellulare equivale ad un’immagine pedopornografica. E ha condannato l’imputato.

Anche se ricevuta da un altro utente «avrebbe potuto cancellare tale immagine, mentre decideva scientemente di detenerla» ha scritto il gup Federica Brugnara nelle motivazioni della sentenza nei confronti di un 22enne mantovano processato a Brescia per i reati di atti sessuali con minori, avvenuti a distanza via smartphone chattando con due ragazzine di tredici anni all’epoca dei fatti, detenzione e diffusione di materiale pedopornografico. Se per questi reati l’accusa non ha mai avuto dubbi, e l’accusato ha pure ammesso, sullo sticker l’interpretazione dei giudici crea un precedente.

Sticker illegale

Il giovane è stato condannato, in abbreviato, a tre anni e sei mesi di reclusione per le accuse più gravi e un mese di pena è stato comminato proprio per via dell'immagine trovata sul suo cellulare, sequestrato in fase di indagine. Era una fotografia esplicita di un bambino trasformata in uno sticker, un adesivo. «Alcuni di questi adesivi sono presenti già in origine nelle applicazioni dei cellulari di comune utilizzo, mentre altri vengono aggiunti alla messaggistica perché ricevuti da altri utenti. Lo sticker è stato poi inviato alla chat alla quale partecipava il nostro assistito, rimanendo così salvata sul suo telefono» ha fatto presente la difesa del 22enne che aveva chiesto l’assoluzione da questo specifico capo di imputazione. Non si trattava però di certo di uno sticker comune, ma di un’elaborazione a luci rosse con protagonista un minore.

«L’ha salvata per poterla riutilizzarla» ha stabilito il giudice che ha aggiunto. «Alla luce della natura chiaramente pedopornografica, seppur virtuale, sussiste il reato di pornografia virtuale». Nel caso specifico viene punito chi usa «immagini virtuali costruite utilizzando scatti di minori». Per immagini virtuali si intendono «immagini realizzate con tecniche di elaborazione grafica non associate in tutto o in parte a situazioni reali, la cui qualità di rappresentazione fa apparire come vere situazioni non reali». 

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