Lo snobismo della Simmenthal

Se anche la carne in scatola si dà un tono
Una scatoletta di Simmenthal
Una scatoletta di Simmenthal
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Adoro la carne in scatola. In frigorifero ho sempre qualche Simmenthal per far fronte a improvvise esigenze, durante il periodo estivo la gradisco accompagnata dai miei deliziosi cetrioli, sempre dolci e mai neppure lontanamente amarognoli. Sale, filo d’olio e stop.

Per me la Simmenthal è una certezza, la apri ed è già nel piatto senza tante disquisizioni alla Master Chef, è la concretezza che ti sazia contro i fronzoli ipercostosi che ti fanno uscire dal ristorante stellato con lo stomaco vuoto.

La Simmenthal siamo noi che andiamo alla pensione Mariuccia a Viserbella, luogo dell’anima che di certo non si preoccupa di un eventuale sopralluogo di Bruno Barbieri; perché alla Mariuccia, oltre a non esserci il topper sopra il materasso, i cuscini sono di quell’inconsistenza che dopo una notte non muovi più il collo. Ma non importa, conta la poesia della diversità dall’omologazione da esibire sui social.

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Capita però anche ai migliori di cadere in errore, è successo alla Simmenthal, apparsa sugli scaffali nella versione (limited, ovviamente) al tartufo. Per il tartufo vale la mia teoria del caviale, se non costasse uno sproposito quello lo si potrebbe usare come tinta per i capelli, il tartufo lo si lascerebbe invece in pasto ai cinghiali. La Simmenthal al tartufo è l’involgarimento di ciò che era perfetto, è l’inizio della fine, l’ulteriore passo verso il baratro. Un po’ come quelle trattorie di paese che per darsi un tono, negli anni Ottanta, hanno iniziato a proporre il risotto alle fragole. Non ho mai trovato nessuno a cui piacesse, ma vuoi mettere quant’era chic.

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