Le parole dell'amore evocando fàm e tóss

Girovagando senza meta su Internet ho incontrato il lavoro - elegante, immediato, forse un po’ troppo dolce - dell’illustratrice britannica Emma Block, che ha elaborato in figure 28 parole d’amore raccolte nelle più diverse lingue del mondo e intraducibili, se non grazie a lunghe perifrasi. Alcune mi hanno colpito:«manabamàte» che a Rapa Nui indica la perdita di appetito di chi è innamorato, «oodal» che i Tamil usano per la finta rabbia che gli amanti mettono in scena dopo un battibecco, «mamihlapinatapei» che le tribù della terra del Fuoco usavano per descrivere la condivisione di sguardi di desiderio tra due persone troppo vergognose per fare la prima mossa. E il dialetto bresciano? Sul fronte dell’amore la parlata della nostra terra paga una certa aridità.
C’è l’uso di amur ma a me suona come un italianismo (il dizionario di fine ’700 non lo riporta nemmeno). Nei proverbi compare qua e là. Come nel detto «l’amur, la fàm e la tós i-è tre laùr che sa conós», tre cose che non si possono celare. Onell’adagio «quand che l’amur el gh’è, la gamba la tira el pè» (l’amore, o la passione per qualcosa, è la spinta a darsi da fare).
Aridità di vocabolario è aridità di sentimenti? No. Perché spesso il dialetto bresciano dà il meglio di sé non indicando, ma evocando. Quasi fermandosi per rispetto sulla soglia delle cose. E così, di due innamorati che fanno coppia, i nostri nonni dicevano semplicemente «i sa pàrla». E se la storia finiva «i sa pàrla piö». Un modo di dire generico, certo, ma non errato. Perché racconta che alla fine quel che importa davvero non è cosa gli innamorati si dicono. Ma come.
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