Le adozioni dall'estero sono in calo anche a Brescia: «Costi, guerra e politiche nuove»

In Italia il tasso di natalità ha toccato il suo minimo storico alla fine del 2022, ma per chi decide di andare in controtendenza il percorso per diventare genitori non è sempre facile. Lo sa bene chi sceglie di adottare, che parte dal presupposto di voler dare una famiglia a un bambino, ma spesso incontra una strada faticosa per via di tempi lunghi, costi elevati e pratiche rese ancora più conplesse dal fatto che molti Paesi che prima si affidavano a coppie italiane ora cercano di favorire l’adozione nazionale.
Non c’è da stupirsi quindi se in dieci anni i numeri delle adozioni dall'estero sono crollati: stando agli ultimi dati della Commissione Adozioni Internazionali (Cai) nel 2012 i minori adottati erano 3.106, nel 2022 sono stati 698. La tendenza è analoga anche nei dati registrati al Tribunale dei Minori di Brescia, che ha competenza territoriale anche per i comuni delle province di Bergamo, Mantova e Cremona: qui, secondo il rapporto Cai pubblicato in questi giorni, nel 2022 è stata rilasciata l'autorizzazione per l'ingresso in Italia a 29 minori, a fronte dei 97 nel 2012. Dal dossier non è possibile sapere quante siano le coppie residenti a Brescia che hanno fatto domanda di adozione, ma il calo nella nostra zona è consistente.
I requisiti
In Italia possono adottare solo le coppie sposate e conviventi da almeno tre anni. Non è prevista l’adozione per i single (se non in casi eccezionali) o per le coppie omogenitoriali. «Le persone che incontriamo sono sulla quarantina, la stragrande maggioranza ha diagnosi di infertilità o ha alle spalle percorsi faticosi di fecondazione assistita o inseminazione in vitro» spiegano Silvana Pavan, psicologa del Consultorio Brescia Centro, e Emanuela Montini, assistente sociale e referente del Centro Adozioni dell’Asst Spedali Civili, punto di riferimento in città.
Come funziona l’adozione in Italia
In Italia le adozioni sono regolate dalla legge 149 del 2001. Secondo questa normativa gli aspiranti genitori adottivi si rivolgono all’Asl di riferimento per i primi colloqui conoscitivi, al termine dei quali inviano i documenti al Tribunale dei Minori di competenza (quello di Brescia copre anche Bergamo, Cremona, Mantova e la Valcamonica). Il tribunale incarica gli enti territoriali di svolgere un’indagine psicosociale sulla coppia, sulla cui scorta decide se concedere l’idoneità ad adottare. A quel punto la coppia sceglie il tipo di adozione: nazionale, internazionale o entrambe. Nel primo caso il decreto di idoneità vale tre anni, è il tribunale a individuare un minore e a valutare l’abbinamento insieme ai servizi sociali. Segue quindi un affidamento provvisorio di un anno e infine l’adozione viene completata. Le spese sono a carico dello Stato.

Nel secondo caso una volta ottenuta l’idoneità (che ha la durata di un anno), la coppia si rivolge a uno degli enti accreditati con la Commissione Adozioni Internazionali (Cai), che svolge la ricerca in base al Paese scelto. I tempi e le modalità di incontro con il minore variano di Paese in Paese, mentre l’adozione è autorizzata dalla Cai in base alla Convenzione de l’Aja e dal Paese d’origine del bambino. Le spese, a carico dei genitori adottivi, possono superare i 20mila euro.
Per legge si può adottare solo se si ha un’età superiore ai 25 anni, che deve essere al massimo di 45 anni se si adotta un neonato e massimo di 62 anni se si adotta un diciassettenne.
Cosa sta cambiando
È in luoghi come questi che il calo delle adozioni degli ultimi anni si dipana in una serie di spiegazioni. «Dalla pandemia molte coppie si fermano alla fase conoscitiva senza intraprendere poi tutto l’iter - dice Montini -. Per le adozioni nazionali inoltre vediamo che sono più numerose le coppie disponibili ad adottare dei bambini che possono essere adottati. Questo fa sì che purtroppo alcuni restino in attesa a lungo, mentre qualcuno non arriva mai all’abbinamento e deve azzerare tutte le aspettative, il che è molto doloroso».
Sul crollo delle adozioni internazionali incidono invece fattori diversi: le tempistiche lunghe (quattro anni e mezzo in media tra la domanda di adozione e l’autorizzazione all’ingresso del minore in Italia secondo la Cai), i costi che non tutti possono permettersi («tra i 20mila e i 30mila euro per spese per l’ente, quelle legali, di viaggio, per traduzioni di documenti e visto»), l’invasione russa dell’Ucraina che ha sospeso le adozioni in entrambi gli stati e infine «le politiche di molti Paesi che oggi facilitano gli affidi e le adozioni nazionali molto più di un tempo». In tutto questo, nel 2022 in Italia sono rimaste pendenti 2382 pratiche, cioè iter adottivi per i quali ancora non si intravede una soluzione.

A fronte di un quadro spesso incerto è evidente che molti si possano sentire scoraggiati. «Per questo il supporto psicologico prima e dopo può essere importante, così come la condivisione con altre coppie che vivono le stesse esperienze per non sentirsi soli» conclude Pavan.
Qui sotto trovate il racconto, in forma anonima, di due coppie bresciane che raccontano la loro esperienza e le difficoltà che hanno incontrato. La prima ha adottato una bambina dall’India 28 anni fa, la seconda sta completando l’iter di adozione per un bimbo di sei anni e mezzo da Taiwan.
«L’ansia più forte per la preparazione dei documenti»
Da quando hanno inviato al tribunale dei minori la loro disponibilità all’adozione sono quasi passati trent’anni, ma di quel periodo conservano ricordi vividi: i timbri, i fascicoli da preparare e le primissime foto di P. che ricevevano dall’India accuratamente custodite dentro una cornice d’argento. «L’ansia più forte l’abbiamo sentita durante la preparazione dei documenti, erano tantissimi e l’attesa tra una risposta e l’altra era estenuante. Per il resto, abbiamo avuto un’esperienza migliore di tanti altri» racconta N.
È il 1990 quando lei e suo marito decidono di adottare. Dopo aver ricevuto l’idoneità del tribunale ed espletato tutte le pratiche, nel ’92 danno mandato a un ente accreditato - il Ciai (Centro Italiano Aiuti All'Infanzia Onlus) - di avviare le ricerche in Etiopia e in India per un bimbo o una bimba adottabile. «In quei primi mesi abbiamo scoperto che non c’è niente di scontato - dice S. -. Segui corsi di formazione, vieni valutato da psicologi e assistenti sociali, devi mostrare tante cose della tua vita, dalla casa al conto in banca, il che non è sempre piacevole». La proposta di abbinamento arriva nell’estate del ’94: è una bambina di due anni, le suore che gestiscono l’orfanatrofio mandano foto in cui sorride in giardino e gioca con il primo pelouche che le spediscono dall’Italia. «In quel periodo abbiamo sostenuto altri colloqui con psicologi, siamo stati molto seguiti - racconta ancora la coppia -. La nostra unica preoccupazione, per un breve momento, è stato che la piccola potesse incontrare qualche difficoltà all’inizio per via del colore della sua pelle, perché Brescia al tempo era ancora meno pronta di oggi ad accogliere. Non è andata così per fortuna».
Nell’agosto del ’95 P. è a Brescia. Per i successivi due anni, ogni tre mesi N. e S. mandano al CIAI una relazione per tenerli aggiornati. «Ci siamo sentiti sempre supportati e per diversi anni siamo stati soci. È comunque un percorso complesso che ha bisogno di grande supporto» concludono.
«Speriamo di abbracciare nostro figlio entro il 2023»
«Dopo aver tentato di avere un figlio biologico e dopo aver provato la procreazione assistita, abbiamo capito che la nostra strada era l’adozione. A quel punto ci siamo detti: ok, proviamo». Marco ha 39 anni, con sua moglie ha iniziato a pensare di adottare nel 2019 e oggi è ancora nel limbo dell’attesa. Si sente già padre, ha conosciuto suo figlio su Skype, gli parla una volta al mese ma non sa quando potrà abbracciarlo di persona: «Spero entro la fine del 2023».
Il primo incontro con l’Asst di Brescia è stato quattro anni fa, insieme ad altre coppie Marco e Sara (entrambi nomi di fantasia) hanno partecipato al corso preparatorio, poi hanno inviato i documenti al tribunale dei minori con la doppia disponibilità per l’adozione nazionale e per quella internazionale. «Con l’adozione in Italia nessuno ti dice niente finché non hanno trovato un abbinamento - dice Marco -. Quando accade, il tribunale ti convoca per incontri in contemporanea con altre coppie di potenziali genitori. Inutile dire che è una cosa che mette abbastanza ansia. Non siamo stati scelti in diverse occasioni. Non sappiamo il motivo, ma a quel punto abbiamo optato sull’estero».
Nel gennaio del 2022 la coppia bresciana si affida a un ente accreditato con la Commissione Adozioni Internazionali (Cai) e a ottobre riceve il responso: è stata scelta per diventare la famiglia di un bimbo di sei anni e mezzo: «Quando ti arriva la notizia ti scoppia il cuore di felicità e solo lì ti rendi conto di quanto hai aspettato e hai sofferto nei mesi di incertezza».
Con l’ente che li segue Marco e Sara si trovano molto bene. «Fra traduzioni, pratiche e logistica alla fine affronteremo molte spese, ma in questi anni abbiamo risparmiato apposta per poterle sostenere. Ma adesso dopo tanta attesa pensiamo solo all’udienza che dovrebbe essere fissata a breve e a quando voleremo a prendere nostro figlio».
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