Lattughe e frittelle, struggenti paradisi

Il fascino atavico dei dolci del Carnevale
Frittelle - Foto © www.giornaledibrescia.it
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La settimana che porta al Carnevale è il paradiso struggente dei golosi. Lo è da millenni. Di sicuro lo è dal tempo dei Romani, che farcivano i loro Saturnalia (festività popolari dedicate al titano Saturno e in qualche modo antenate della goduriosità carnascialesca) con gustosi «frictilia», dolcetti a base di uova e farina - magari addolciti con uvetta - fritti nel grasso di maiale.

Anche noi abbiamo dolci eredi di quella tradizione. Innanzitutto quelle che in italiano chiamiamo «chiacchiere» e che la parlata dei nostri avi indicava in altri modi. Le chiamava anzitutto latüghe, ma anche cróstoi / gróstoi (come in Trentino) o bósie (come ad esempio in Liguria). La tradizione - risalente ai Saturnalia romani ma giunta fino alle porte di questa nostra era salutista - vuole che vengano fritte nel grasso di maiale. Cioè nello «strutto» (brescianamente ströt), che si chiama così perché viene... distrutto col calore: liquefatto e filtrato.

Non è un caso che i nostri nonni lo indicassero anche coi termini delèch (forse da «delectus» dice il Gabriele Rosa, cioè filtrato e senza impurità) oppure decùl (cioè «colato» perché liquefatto). Le antiche latüghe, quindi, come dolcezze struggenti, come bontà che struggono. Non come vuole l’asettico salutismo di oggi, che suggerisce talvolta di friggerle in leggero olio di semi se non addirittura di cuocerle al forno. Da un elenco di dolci paradisi - poi - non possono certo mancare le frittelle, le bresciane frìtole, sulle quali a dire il vero molto si potrebbe ragionare. Purtroppo però - non me ne voglia chi è giunto fin qui - non ho più righe. Ma son certo: i lettori ne sanno già più di me.

 

 

 

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