La settimana che porta al Carnevale è il paradiso struggente dei golosi. Lo è da millenni. Di sicuro lo è dal tempo dei Romani, che farcivano i loro Saturnalia (festività popolari dedicate al titano Saturno e in qualche modo antenate della goduriosità carnascialesca) con gustosi «frictilia», dolcetti a base di uova e farina - magari addolciti con uvetta - fritti nel grasso di maiale.
Anche noi abbiamo dolci eredi di quella tradizione. Innanzitutto quelle che in italiano chiamiamo «chiacchiere» e che la parlata dei nostri avi indicava in altri modi. Le chiamava anzitutto latüghe, ma anche cróstoi / gróstoi (come in Trentino) o bósie (come ad esempio in Liguria). La tradizione - risalente ai Saturnalia romani ma giunta fino alle porte di questa nostra era salutista - vuole che vengano fritte nel grasso di maiale. Cioè nello «strutto» (brescianamente ströt), che si chiama così perché viene... distrutto col calore: liquefatto e filtrato.



