La Spoon River del zöc dele bòce

Il dialetto come codice interiore per raccontare la vita
Le bocce in un prato
Le bocce in un prato
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Tòc... pùm. Sembra ancora di sentirlo - nelle lente domeniche pomeriggio di un’altra vita - il rumore della boccia al volo, che prima sbatte secca contro la nemica facendola schizzare lontano dal balì e poi finisce cupa contro l’asse appesa al capezzale del càmp de bóce.

È proprio «El zöc dele buce» una delle poesie uscite dall’anima di Fabrizio Galvagni che - raccolte sotto il titolo «Envergölöcoter» (settembre 2021, Edizioni Valle Sabbia) - compongono una speciale Spoon River della sua Vobarno. Ci sono il poer Mario dell’officina; il Giovanni deto Praì tra vino e toscanello; la Caterì del negozio la cui vidrina grande due spanne per i gnari era meza America; la vecia Emilia che stava in dò stansine base base. E ancora lo zio Bigio che si fa la barba davanti a ’na sgaia de specc; c’è Cèco sacrista che i ragazzi fanno ammattire litigandosi il turibolo; c’è la siura diretrice, tanto gnèca che gh’ira scapat apò a’ l’om. E soprattutto ci sono frotte di ragazzi, cui alura le gnare le ghe parìa töte bele, e che passavano le giornate volando su una bicicletta che «la tira al celest, gnà bröta gnà bela / apena en pó greva, ma ’n gran generusa».

Poesie leggere e profonde insieme, portatrici di una nostalgia mai sdolcinata. E capaci di rendere universali anche i sorrisi, gli innamoramenti, le tristezze e i gesti più semplici. Come quel zöc dele buce sul quale «dele olte la bucia se g’ha de daga / el gheo giöst e de minala al balì. / Dele olte l’è mei bocià punto al volo». Più che un gioco, una metafora della vita. Tòc... pùm.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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