La Provincia sgonfia il Piano Cave

Gli Ate passano da 52 a 39 Istanze per 100 milioni di metri cubi, previsti 41. Altri 5 da fonti alternative
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IL NUOVO PIANO CAVE
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La Provincia di Brescia «sgonfia» il Piano Cave e propone un documento senza nuovi ambiti estrattivi, che riduce del 25% il numero degli Ate e che punta a sfruttare fonti alternative per coprire il fabbisogno di sabbia e ghiaia dei prossimi 10 anni. In fondo il vecchio piano era a detta di tutti «sovradimensionato»: 70 milioni di metri cubi previsti nel 2005, 35,7 quelli estratti a fine 2018.

In pratica solo la metà di quanto ipotizzato quindici anni fa. Un dato che è risuonato come un mantra nell’impostazione del nuovo Piano decennale.

Già nel 2016 il consiglio provinciale, nell’approvare le linee guida per la redazione del nuovo documento, aveva ricordato che il Piano Cave è lo «strumento di programmazione mediante il quale si organizzano le esigenze di sviluppo economico del settore estrattivo», sottolineando però anche la necessità di «garantire la massima compatibilità ambientale e paesaggistica» visto che larga parte del nostro territorio negli scorsi anni è stato trasformato in un gruviera, spesso riempito con rifiuti.

Nell’ottobre del 2017 è poi stata avviata la fase di preparazione del Piano: incontri, studi, la nomina della Consulta Cave. Lo scorso febbraio si è quindi tenuta la prima conferenza Vas. Ora la proposta di Piano elaborata dagli uffici del Broletto è pronta: martedì il presidente della Provincia Samuele Alghisi ha firmato il decreto per la «messa a disposizione del pubblico» del documento.

Comuni, operatori, cittadini, associazioni avranno 60 giorni per presentare le loro osservazioni. Verso la fine di gennaio, il nuovo Piano Provinciale Cave dovrebbe approdare in consiglio provinciale per l’adozione. «L’approvazione finale - precisa il vicepresidente della provincia, con delega all’ambiente, Guido Galperti - spetta invece alla Regione. Per anticipare i tempi e consentire agli operatori di non fermare la loro attività, vorremmo però convocare una conferenza dei servizi preliminare, in modo da guadagnare alcuni mesi». Si vedrà.

Di certo il Piano ha dovuto fare i conti con richieste ingenti, ben maggiori della stima del fabbisogno di sabbia e ghiaia elaborata dall’Università degli Studi di Brescia. Tenendo conto dell’andamento dei comparti interessati (edilizia, manutenzione strade, grandi opere) l’équipe della professoressa Michèle Pezzagno ha stimato in 46,7 milioni di metri cubi il materiale necessario per il prossimo decennio. Le 77 richieste arrivate da imprese del settore o soggetti che vi vorrebbero operare, sfioravano però i 100 milioni di metri cubi. Due volte e mezzo le necessità. Da qui il niet del Broletto.

Anche perché il Piano punta su fonti alternative, terre e rocce da scavo, rifiuti edili ma anche scorie di acciaieria: rispetto alla disponibilità di questo materiale, la stima di riutilizzo è stato limitata al 50%, poco più di 5,3 milioni Alla fine il fabbisogno reale si è quindi ridotto a 41,5 milioni di metri cubi. Gli uffici del Broletto hanno quindi elaborato il Piano, Ate per Ate.

Il risultato è stato che gli Ambiti Territoriali Estrattivi (Ate) si sono ridotti da 52 a 39, non è stata prevista nessuna nuova cava e la superficie complessiva occupata dagli Ate riconfermati – immutati, ridotti o ampliati rispetto al Piano del 2005 – è scesa di oltre 500mila metri quadrati.

Gli Ate non riconfermati (Palazzolo, Chiari, Cazzago San Martino, Castegnato, Borgosatollo, Pompiano e Brescia dove le ex cave stanno diventando parco) «avevano prevalentemente interferenze con i centri e i nuclei storici, con fiumi, torrenti e corsi d’acqua e foreste e boschi» si legge nella relazione tecnica.

Ma la produzione prevista in alcuni di questi Ate è stata trasferita in altri ambiti: per esempio la cava di Cazzago non è stato confermata, ma la sua capacità residua è stata spacchettata tra Lograto (Ate18) e Poncarale (Ate34). Così come la capacità di Remedello è finita a Calcinato.

L’unico Ate che genera un’interferenza con una zona di protezione speciale è quello di Tignale (g54) che è tuttavia l’unico nel bacino di riferimento per la riviera gardesana ed è quindi stato riconfermato. La fascia dove resta concentrata l’attività di escavazione è quella nota, tra la Bassa l’hinterland, dove la disponibilità di ghiaia e sabbia di qualità non manca.

L’Ambito dove è prevista la maggiore produzione rimane il 43, a Montichiari (Calcestruzzi spa, Inertis, Kalos Vezzola) dove i volumi disponibili sfiorano i 5,2 milioni di metri cubi, seguito da Castenedolo (Ate21) dove si prevedono di autorizzare 3,7 milioni di metri cubi, e dalla Castella di Rezzato (Ate25), con 3,1 milioni di metri cubi. L’ambito più piccolo è invece quello di Tignale, con una produzione previste nel prossimo decennio di 26mila metri cubi.

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