Alcune questioni sono come i fichi d’india, quando li raccogli ti si conficcano le spine nelle mani. Prendo quindi l’argomento con i guanti e con le dovute cautele. Il pensiero mi porta ai giorni in cui i giornali e i telegiornali hanno scandagliato l’esistenza di Gianluca Vialli ricordandone non solo i meriti sportivi e la sua levatura morale. Infatti le mie riserve sono nate in relazione alla meticolosità nella descrizione della sua malattia, affrontata peraltro con grande dignità. Perché indugiare sul male che aveva colpito i suoi organi? Perché riferire notizie sulle cure sanitarie? Soprattutto, perché indicare quanto un tumore può essere letale?
Particolari così invasivi hanno il sapore dell’accanimento terapeutico e lasciano l’amaro in bocca. Tutti conoscono il detto «Chi muore giace e chi vive si dà pace». È una frase insensibile, troppo usata in senso negativo per dire che alla fine chi resta trova consolazione. Sono tanti quelli che ogni giorno combattono la battaglia per la vita. Leggere o ascoltare certe notizie crea in loro apprensione ed è inevitabile che identificandosi con la parte più grigia allentino la speranza.



