La malattia di Vialli e il rispetto mancato

Alcune questioni sono come i fichi d’india, quando li raccogli ti si conficcano le spine nelle mani. Prendo quindi l’argomento con i guanti e con le dovute cautele. Il pensiero mi porta ai giorni in cui i giornali e i telegiornali hanno scandagliato l’esistenza di Gianluca Vialli ricordandone non solo i meriti sportivi e la sua levatura morale. Infatti le mie riserve sono nate in relazione alla meticolosità nella descrizione della sua malattia, affrontata peraltro con grande dignità. Perché indugiare sul male che aveva colpito i suoi organi? Perché riferire notizie sulle cure sanitarie? Soprattutto, perché indicare quanto un tumore può essere letale?
Particolari così invasivi hanno il sapore dell’accanimento terapeutico e lasciano l’amaro in bocca. Tutti conoscono il detto «Chi muore giace e chi vive si dà pace». È una frase insensibile, troppo usata in senso negativo per dire che alla fine chi resta trova consolazione. Sono tanti quelli che ogni giorno combattono la battaglia per la vita. Leggere o ascoltare certe notizie crea in loro apprensione ed è inevitabile che identificandosi con la parte più grigia allentino la speranza.
Nelle salette di cura i pazienti oncologici si parlano. A volte piangono, a volte si incoraggiano, guardando ai modelli positivi di quanti hanno vinto il nemico che «aggredisce dentro». Lo sforzo più grande è quello di imparare a guardare il loro male negli occhi. Basta una domanda mal posta o una spiegazione non richiesta per far crollare il fragile castello di fiducia. Non giova a nessuno divulgare con rigorosa precisione le statistiche sulle aspettative di vita. Conoscerle attraverso la televisione, senza la mediazione di esperti, può solo inasprire i sintomi e gettare nello sconforto anche i parenti più vicini. Proteggere quanti soffrono, trascurando alcune precisazioni, è una questione di stile e sensibilità.
Esiste un limite etico che neppure il diritto all’informazione dovrebbe mai oltrepassare, poiché ogni individuo ha un proprio modo di reagire sia ai farmaci che alle paure. Non si dovrebbe mai mettere la lente d’ingrandimento sulle malattie né rivelare più del necessario. Lo stesso principio vale per il parto, poiché la sopportazione del dolore è diversa in ogni donna. La vita e la morte sono due concetti complementari. Solo il destino determina il tempo di vivere e il momento in cui morire. Noi, rispettando la privacy, lasciamo che questo avvenga con delicatezza.
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