La lingua, lo stomaco e il peso del magù

La conoscenza delle lingue è essenziale per un vivere che non sia solo un sopravvivere. Te ne rendi conto quando la lingua non la conosci. A me è successo in una trattoria del Baden-Württemberg che, fuori da circuiti turistici, mi mette di fronte a un menù scritto solo in tedesco.
Così punto il dito a caso sulla voce «Kutteln» e chiedo alla cameriera: «Cos’è?» Sguardo smarrito il mio (non so il tedesco), sguardo smarrito il suo (non sa l’italiano). Comincia a spiegarsi a gesti, premendosi sullo stomaco e ripetendo «Magen, Magen...». Magen? Nella nostra parlata bresciana c’è magù. Si intitola «Magù» anche una breve, intensa poesia dell’iseano Franco Fava: «Stasséra / ’l par ch’èl lach / èl gabe streecàt / la sò céra morèla / ’n dèl mé cör» («Stasera / sembra che il lago / abbia travasato / la sua cera livida / nel mio cuore»). Il magù è il malumore («g’hó adòs un magù...), è la tristezza che pesa sullo stomaco. E infatti nel suo significato primo il termine magù indica lo stomaco, in particolare il vetriglio delle galline.
Indica lo stomaco anche la volonterosa cameriera del Baden-Württemberg quando preme sul suo e pronuncia la parola «Magen». Ha a che fare con lo stomaco - quindi - anche un piatto di «Kutteln». Ma come? Oso un salto nel buio e lo ordino comunque. Pochi minuti e mi arriva sul tavolo un piatto di trippa fumante. Il termine bresciano trìpa (proprio come l’omologo italiano) potrebbe arrivare dall’arabo «tharb». È lo stomaco dei ruminanti. E - dall’Arabia alla Germania - per noi bresciani dove c’è trippa c’è casa.
Sorride la cameriera, sorrido io. M’è pasàt el magù.
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