Integralismo, botte e nozze obbligate: condanna e espulsione

Un 35enne pakistano aveva costretto con la violenza una dipendente 32enne a sposarlo
Una ragazza pakistana cammina per strada - © www.giornaledibrescia.it
Una ragazza pakistana cammina per strada - © www.giornaledibrescia.it
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Era terrorizzata. Tanto da ad accettare sotto minaccia addirittura di sposare l’uomo, che da datore di lavoro si era trasformato in fidanzato e che la picchiava, umiliava e insultava. E che ieri nel processo di appello, dopo la condanna in primo grado a tre anni e quattro mesi per stalking, maltrattamenti e sequestro di persona, ha patteggiato una pena di due anni, dieci mesi e venti giorni.

Si tratta di un 35enne pakistano che si trova agli arresti domiciliari dall’8 agosto 2020 e per il quale il giudice ha disposto l’espulsione dall’Italia una volta scontata la pena. «Una vicenda che si è sviluppata in un ambiente sociale e familiare della persona offesa e dell’imputato, contrassegnato da integralismo religioso di matrice musulmana e forte adesione ai valori tradizionali pakistani» scrisse il giudice nella prima sentenza per inquadrare una storia che ha in una data il suo momento più nero.

É il 13 giugno 2019 quando una donna di origini pakistane, 32 anni, viene portata dal compagno sotto minaccia nella moschea bengalese di via Benedetto Croce in città dove un Imam, alla presenza di due testimoni recuperati in tutta fretta, celebra il matrimonio della coppia. Con tanto di contratto nuziale firmato dai presenti. Due ore prima lo straniero ci aveva provato alla moschea di Cremona, ma l’Imam in quel momento era assente. «Non avrei mai voluto sposarmi ma l’ho fatto soltanto per paura di essere nuovamente picchiata, per tutelare l’onore della famiglia e per non essere diffamata» racconterà la donna quando trova la forza di denunciare tutto alle forze dell’ordine.

Oggi non è dato sapere che valore ha quel matrimonio forzato. «I genitori della ragazza le hanno spiegato che la celebrazione non era valida secondo la religione islamica, poiché in quel momento la sposa aveva le mestruazioni» viene spiegato in sentenza. Agli atti del processo sono finiti racconti di violenza, di botte, di minacce, di privazione della libertà. «Atteggiamenti determinati a soffocare nella donna ogni alito di indipendenza facendo leva sui condizionamenti culturali del loro comune ambiente di vita» scrivono i giudici.

La 32enne, assistita dall’avvocato Laura Gamba e seguita dalla Casa delle donne, ha avuto il coraggio di ribellarsi. «Era emotivamente provata davanti ad ogni episodio narrato e - si legge - manifestava forte ansia all’idea del disonore che sarebbe potuto ricadere su di lei e sulla sua famiglia se avesse divulgato circostanze inerenti la sua storia e le sue abitudini occidentali».

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