In chiesa a Brescia si prega per la pace e per l’Ucraina libera
Qualcuno al Bianchi inizia già con l’aperitivo delle 11, ma il vocìo festoso ai tavolini è sommesso rispetto al suono solenne delle campane di San Giuseppe, che chiamano la comunità ucraina di Brescia alla consueta messa domenicale.
Nadiya Vyhnanets viene da Leopoli, è in Italia da molti anni, è stata referente per gli ucraini in città dal 2005 al 2017 e adesso fa attività di volontariato in parrocchia. Siede in fondo alla chiesa, accanto a un’altra donna, e raccoglie decine di biglietti scritti in corsivo, con grafie rotonde. In una delle panche laterali alcune signore li compilano concentrate. «Sono le liste delle persone per cui pregare – spiega Nadiya -, la domenica si prega per chi non sta bene, il mercoledì per chi è morto». Insieme ai fogli si consegnano piccole offerte, per poi accendere un cerino rosso. Ce ne sono almeno un centinaio già fiammeggianti, che tuttavia non riescono a riscaldare la grande chiesa, dove la temperatura rasenta lo zero.
Eppure i fedeli non mancano, anche se sono un quinto rispetto a prima della pandemia. La comunità ucraina di Brescia conta circa ottomila persone ed è tra le più numerose d’Italia. Quasi tutti i suoi componenti vengono dalla parte occidentale del Paese, quella vicina alla Polonia e teoricamente meno coinvolta nelle tensioni di queste settimane, ma la paura è tangibile, anche da sotto le sciarpe, i cappotti pesanti e le mascherine.
«L’Ucraina rappresenta le nostre radici, non possiamo dimenticarla, anche se molte di noi vivono qui da anni – dice Nadiya -. Un giorno ci dicono che la Russia non invaderà, un altro che è questione di giorni. Per ora, da quello che mi riferiscono da casa, non si vive male, ma sempre con la paura che tutto precipiti. Ho sentito una mia amica e mi ha detto che è già iniziato l’assalto ai supermercati. Le persone prendono mais, farro, cibo in scatola, fanno le scorte». E non solo: «Nelle varie città – spiega Stefaniya Kordyyaka – la gente si prepara a combattere, fanno dei corsi per esercitarsi a sparare e a scappare dalle bombe».
Sofiya Baleshta è arrivata in Italia vent’anni fa e presta servizio come badante: «Sono preoccupata, lì ci sono i miei figli e i miei nipoti, prego Dio di proteggerli». Le chiediamo se ha pensato di far venire qui la sua famiglia: «Piuttosto vorrei essere io lì, perché se dovesse succedere qualcosa di brutto almeno saremmo tutti insieme». Il tema del «ritorno» in questi giorni bussa alle porte di tanti ucraini emigrati: «Ho 66 anni – dice Maria Haftko -, sto aspettando di tornare, finalmente in pensione, ma mi chiedo se troverò ancora la casa che ho costruito con i risparmi accumulati in vent’anni di sacrifici». Forse però sarebbe meglio parlare di abitazione: «Ormai mi sento spaesata ovunque: quando sono in Italia penso all’Ucraina, quando sono in Ucraina penso all’Italia, è brutto non trovare più il proprio posto».
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La maggior parte della comunità ucraina a Brescia è costituita da donne impegnate come colf e badanti, in qualche caso raggiunte poi dal marito: «Sono qui da dodici anni – racconta Igor Romenyar, che viene da Ivano-Frankivs'k -. Prima è arrivata mia moglie, poi abbiamo fatto i documenti anche per me. Faccio il saldatore e mi trovo bene qui, ma mi manca il mio Paese e ora alla nostalgia si è aggiunta la preoccupazione. I parenti dall’Ucraina dicono che per ora è tutto tranquillo, ma non sappiamo quanto possa durare: ho amici che sono andati a combattere nel 2014 e sono tornati senza una gamba o senza un braccio: questa è la guerra». «E poi - aggiunge una signora lì accanto, che ha sentito la conversazione ma non vuole dire il suo nome -, come facciamo scappare i nostri cari? Dove? Io qui faccio la badante, non ho un posto dove farli andare…».
Gli occhi e la voce di questa signora, come quelli di tanti altri in chiesa - chi avvolto in una coperta, chi munito di tappetino per resistere alle basse temperature – dicono della sospensione, dell’attesa, sicuramente della paura, ma in molti casi anche della speranza: «Non ci resta che pregare – commenta sottovoce Chvartatskyy Zinoviy -, perché si trovi la pace attraverso il dialogo».
Maria Kondrat ha solo 25 anni ed è qui da poco: «Ho raggiunto mio marito, che fa l’elettricista, io invece la mia laurea in architettura ho dovuto lasciarla sospesa, prima me ne dispiacevo, adesso le priorità sono altre». «Il mondo – aggiunge Lyudmyla Sildirska – deve capire che siamo un popolo libero e che la guerra tra Russia e America non può essere fatta sulla nostra pelle». È quasi l’una quando il rito si conclude e al buio delle navate si sostituisce un vivace sole domenicale. Che però non scalda.
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