Il fieno, la vita e la neve eschimese

Il vocabolario alla prova del cambiamento climatico
Un campo coltivato - © www.giornaledibrescia.it
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Linguaggio e forme di vita - rifletteva Wittgenstein - giocano tra di loro. Cambiano queste, si rinnova quello. Per secoli il linguaggio dei nostri avi è stato un linguaggio contadino, che raccontava le cose del mondo utilizzando come metro quel che avveniva sui campi. E così anche una cosa come il fieno (per i latini «fenum» è il prodotto del suolo) può diventare metafora di vita.

Dicono che gli eschimesi avessero molti termini per indicare la neve. I contadini bresciani ne avevano molti per indicare il fieno. Il primo taglio - quello più nutriente, ricco non solo di steli ma anche di fiori e di foglie sostanziose - era detto «mazèng» perché veniva pronto alla fine di maggio. Ma proprio per questo essere energetico, il termine «mazèng» diventava anche aggettivo per indicare qualcuno o qualcosa di forte e robusto. Il secondo taglio era il «còrt» se si decideva di non attendere molto a segare, ma per chi sceglieva di farlo crescere di più diventava l’«ostà», l’agostano. Il terzo, settembrino, poteva essere chiamato «terzaröl» ma anche «rararöl» oppure «cordaöl». Se la stagione era particolarmente favorevole si arrivava anche a un quarto taglio, ma ormai l’erba aveva perso quasi tutta la sua qualità. Era diventata di «quarta segàda», espressione poi ampiamente usata dal nostro dialetto per indicare qualunque cosa di scarso valore.

Però, ci eravamo detti, se cambiano le forme di vita cambia il linguaggio. Pensate allora a cosa direbbero i nostri nonni oggi, quando il cambiamento del clima e l’infinita coda d’estate hanno portato gli agricoltori della Bassa a effettuare addirittura un quinto taglio. Rimarrebbero... senza parole. Proprio come gli eschimesi senza neve.

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