Il bianco nelle vigne e il tacchino sbagliato

Quando mancano le parole. E quando invece no
Aironi guardabuoi trai i vigneti
Aironi guardabuoi trai i vigneti
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In queste settimane i vigneti della Franciacorta sono spesso cosparsi di macchie bianche. Di due diversi tipi, entrambi per noi inediti. La prima tipologia è costituita da affollate tribù di grandi uccelli bianchi. A uno come me, che non se ne intende, sembrano della famiglia degli aironi. Forse «aironi guardabuoi».

Fino a pochi decenni fa aironi e gabbiani nelle nostre parti non si vedevano proprio. E così il nostro dialetto non aveva nel proprio vocabolario nemmeno un nome per indicarli con precisione. Il gabbiano era talvolta il cocàl, ma è voce di origine veneziana. E i pochi aironi che venivano a visitarci - così recitano i testi - potevano esser detti genericamente usilù dè le gère (grosso volatile delle ghiaie) oppure per analogia pulì selvàdech (tacchino selvatico). Peraltro il modo stesso in cui il tacchino è indicato in giro per il mondo rappresenta una storia di errori. È originario del Messico: per gli aztechi era un animale da cortile. I conquistadores spagnoli lo chiamavano «pavo» (pavone), in Europa il mondo anglosassone «turkey» (aggettivo che evoca la Turchia) perché visto come gallina faraona (originaria invece del Nord Africa). In Turchia, però, i tacchini sono detti «hindi» (cioè «gallo d’India») anche se l’India cui qui si fa riferimento sono le Americhe di Colombo. Insomma: un gran caos.

Ma torniamo alla seconda tipologia di macchie bianche che da qualche tempo spuntano nei vigneti: sono borsine di plastica abbandonate, piene di rifiuti. Anche su quelle il dialetto resta francamente senza parole. Per chi le getta invece ne ha tante: fra stüpit e lòfe, una tavolozza infinita, scegliete voi liberamente.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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