I gioielli da lutto e la pietas perduta per i vivi

L’uomo di circa cinquant’anni che mi siede di fronte in metropolitana ha un bottone di velluto nero sulla giacca. Lo guardo e spontaneo mi arriva un pensiero: «Chissà chi gli è morto?». Quel simbolo del lutto l’avevo visto in passato sul bavero di qualche anziano signore, credevo non si usasse più, come tante tradizioni che si sono perdute nello scorrere degli anni.
Il dolore per la perdita di una persona cara è sempre lo stesso, sono state abbandonate solo le regole austere che lo regolano, cominciando dalla durata del lutto stretto che variava in base al grado di parentela. Fino al secolo scorso le donne in gramaglie vestivano rigorosamente di nero e si coprivano il capo con il velo, anche andare a teatro o partecipare a una festa era considerato sconveniente. La sobrietà imposta dal galateo vedovile non permetteva per due anni e mezzo neppure l’uso dei gioielli.
Gioielli da lutto
Questa limitazione per alcune rappresentava una sofferenza a volte superiore alla perdita del marito che veniva abitualmente scelto e imposto dai genitori in base al censo. Il sacrificio di dover rinunciare a collane e orecchini portò alla realizzazione di gioielli da lutto, nei colori ammessi del bianco e nero, creati in memoria del caro estinto con perle preziose, ossidiana, giaietto e melanite.
La Regina Vittoria fu una influencer ante litteram, a lei si deve la moda del cordoglio. Dopo la morte del Principe Alberto portò solo perle e monili con pietre nere. Tipici del periodo vittoriano sono anche i medaglioni apribili che custodivano i minuscoli ritratti dei trapassati. Anelli e spille d’oro racchiudevano ciocche di capelli dei defunti e venivano indossati per mostrare la propria mestizia. Anche le donne del popolo realizzavano braccialetti e quadretti intessendo i capelli dei loro cari per conservarne un ricordo tangibile.
Oggi
Adesso il lutto viene esposto attraverso i social in un crescendo di barbarie. Mentre vediamo i corpi senza vita di due ragazzini palestinesi sui polpacci dei quali qualcuno ha scritto pietosamente il loro nome con un pennarello, arriva la certezza della morte di Shani Louk, la ragazza tedesco-israeliana rapita da Hamas lo scorso 7 ottobre, torturata e vilipesa, esibita nuda come un trofeo e poi decapitata.
Se in memoria dei defunti riuscissimo a provare un po' di compassione per i vivi il mondo tornerebbe ad essere un paradiso terrestre, gli uomini sarebbero davvero come li descrivono al loro funerale.
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