I fichi catalani e le mele del sonno

I vecchi cartoni animati di Disney - proprio come il dialetto bresciano - sono una inesauribile miniera di tesori. La miniera dei Sette nani, ad esempio, mi è rimbalzata alla mente mentre ero intento a scavar parole nel bellissimo «On pas, on respir» di Clelia Montano Inzerillo: intense liriche in un intenso dialetto manerbiese.
Nella poesia «Al tastavì» («L’assaggiavino», i manerbieri pronunciano al... dove gli altri bresciani usano l’articolo el..., oppure an... dove gli altri bresciani usano la preposizione en...) leggo: «Ède la me nona che la peza i pom / sota ’l fresc de la so piantuna...». Il ricordo di un nonno predisposto al sonnellino è immagine tenerissima e impagabile. Ma a me quel che in quei versi scalda il cuore è l’espressione «pezà i póm», che indica l’atto di affidarsi al sonno. Modo di dire tipicamente bresciano? E poi perché proprio le mele?
Nel commentare la poesia di Clelia Montano Inzerillo, lo studioso Leonardo Urbinati ricordava che l’espressione «pezà i póm» «è etimologicamente collegabile all’italiano "pisolo", che in fondo significa "piccolo peso che pende"». È il pendolo, è la stadera, è la testa oscillante dei nonni. Non a caso Pisolo - direttamente legato al termine «pisolino» - è anche il nome di uno dei Sette nani: quello che dorme sempre.
E le mele? Quella sembra una scelta tutta bresciana. Altrove non è così: pensate che a Barcellona e dintorni la parlata catalana indica l’affidarsi al sonno con l’espressione familiare «pesar figues», pesare i fichi. Una questione di gusti. Nonni e fiabe, fichi e mele: quanti tesori nella miniera del dialetto!
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