Guerra in Israele: «Nè con Netanyahu, nè con Hamas: penso alla gente che soffre»

Il medico palestinese Mohammed El Khateeb opera a Brescia da 40 anni
Il porto di Gaza, imbarcazioni colpite da missili israeliani
Il porto di Gaza, imbarcazioni colpite da missili israeliani
AA

Né con Hamas né con Israele. «Non tifo per Israele, sono laico. Lo sono sempre stato. Non tifo nemmeno per Hamas, un’organizzazione che ci è stata imposta da fuori per delegittimare il nostro diritto di lottare per una esistenza degna di essere vissuta. I progressisti palestinesi non hanno nulla da spartire con Hamas, perché Hamas non fa gli interessi del popolo palestinese». Mohammed El Khateeb, medico neuropsichiatra, vive a Brescia dall’inizio degli Anni Ottanta quando, diciassettenne, lasciò il Medioriente per studiare in Italia. É nato nel campo profughi di Nur Shams, in Cisgiordania, in una famiglia espulsa dal villaggio nei pressi di Haifa nel quale viveva prima della fondazione dello Stato di Israele nel 1948.

«La vista delle immagini del massacro dei civili israeliani, bambini compresi, mi ha causato un forte stato di malessere. Non posso credere che si possa arrivare a tanto - continua -. Poi mi fermo, penso a quanto è accaduto nei decenni passati. Oggi c’è Hamas che invade Israele. E prima? Non c’era nulla prima? No, non posso tifare per l’una o per l’altra parte. Bisogna tornare alle origini, non ci sto a schierarmi in una tifoseria. Capisco gli israeliani angosciati, addolorati, arrabbiati. Stanno pagando sulla loro pelle le conseguenze di una immane tragedia. Ma qui, in Italia, nel resto del mondo? Fare i tifosi costa poco, soprattutto se non si pagano con il proprio sangue e con i propri affetti le conseguenze del disastro».

Oltre la propaganda

Il dottor El Khateeb parla con voce pacata e spera che «si possa andare oltre la propaganda». «Spero che si capisca che si può essere amici degli israeliani ma, nel contempo, affermare che massacrare indiscriminatamente Gaza equivale a un genocidio - continua -. Gli aspetti emotivi prevalgono in questi giorni di lutto. Mi piacerebbe che i politici non fossero, invece, mossi dall’emozione, ma dalla ragione. E la ragione, per tornare a Gaza, è quella di un popolo composto per la metà da ragazzini e da bambini. Il posto più martoriato al mondo che non ha mai visto un giorno di normalità. Anche qui, a Brescia, noi palestinesi - una cinquantina in tutto, quasi tutti con il passaporto italiano in tasca - abbiamo rallentato le nostre attività e i nostri incontri per informare perché ci sentiamo impotenti. Abbiamo smesso per disperazione. Ci credevo, ci credevamo, agli accordi di pace, alla convivenza dei due popoli, ad una vita normale. Siamo stati smentiti su tutti i fronti. E siamo stati massacrati culturalmente. Cosa resta? L’Autorità nazionale palestinese non rappresenta l’istanza del suo popolo e Hamas, furba e pilotata, aiuta le masse che, volutamente, vengono lasciate nella miseria più nera».

Per El Khateeb quello che è accaduto sabato scorso, quello che è accaduto nel tempo, lascia solo dolore e disorientamento. «Ascolto, leggo e mi accorgo che l’importante è disumanizzarci tutti quanti, anche con notizie false, perché in questo modo, eliminandoci come interlocutori, annullano anche quel che resta della nostra causa e della lotta per nostri diritti. Ci stanno riuscendo, perché ci portano, tutti, allo stesso livello dei terroristi».

C’è una via per uscirne? «Certo. Se per tutti questi anni ci hanno usato illudendoci che ci potesse essere una pace possibile, ora diano la cittadinanza israeliana a tutti quelli che vivono in Cisgiordania. Sarebbe un passo per una vita degna di essere vissuta anche per i palestinesi».

Icona Newsletter

@Buongiorno Brescia

La newsletter del mattino, per iniziare la giornata sapendo che aria tira in città, provincia e non solo.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato