«Forza Bologna», forza Zaki

«Il cinema serve a distrarre dalla realtà. Perché la realtà è scadente. Per questo voglio un’altra vita, per questo voglio fare il cinema». Lo afferma Fabietto, alter ego di Paolo Sorrentino, genio felliniano, nel film (molto) autobiografico «È stata la mano di Dio».
La realtà di Patrick Zaki, privato della libertà attraverso la prigionia in Egitto per 699 giorni, non è scadente, bensì drammatica. E nessuno di noi può interpretare (o giudicare) la traiettoria dei viaggi compiuti da una mente e da un cuore che vivono una qualsiasi privazione o lutto, finché non li abbiamo sperimentati. Così, le prime parole del giovane ricercatore al momento della scarcerazione - «Sto bene, forza Bologna» - possono suonare quasi stranianti.
Può il calcio (nella fattispecie, il tifo per il club rossoblù, che non ha comunque fatto mancare il proprio supporto) essere il primo pensiero in un frangente di vita così travolgente? Sì, perché nella totale privazione può essere salvifico pensare alle cose che ti hanno reso felice in libertà.
Cose in cui, magari, ti sei identificato, e nelle quali non hai smesso di identificarti. E il calcio, nella sua semplicità, è una metafora di libertà. O, come il cinema, un’uscita di sicurezza che ti trascina via per 90 minuti. Nel caso di Zaki, almeno in parte, per 699 giorni.
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