Essere, senza dover essere madre

Nella manovra il governo ha aggiunto un parametro al curriculum delle donne
Governo, Palazzo Chigi - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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Forse nasce tutto da una stortura più semplice di quel che si crede. Abbiamo iniziato sempre più a ragionare per categorie (quasi fosse vitale catalogare ciascuno in qualche casella) trascurando l’unica sola «categoria» che conta sul piano dell’equità: essere persone.

Eppure, nella manovra, il governo ha aggiunto un parametro al curriculum delle donne: essere madre. «Una donna che mette al mondo almeno due figli, quando abbiamo un disperato bisogno di invertire i dati sulla demografia, ha già offerto un importante contributo alla società».

Una visione che non solo obbliga le donne senza figli a chiedersi se il contributo che danno alla società sia importante o meno, sia sufficiente o meno. Ma che fa passare pure il concetto che esistano donne di serie A, meritevoli di benefit per aver adempiuto al loro “compito primario”, ossia fare figli. Il contributo della donna viene misurato in base alla biologia, non come individuo, non come persona.

Rendere accessibili i servizi (trasporti, asili, Università, affitti), garantire i diritti, consentire a ciascuno di potersi mantenere con un salario minimo è aiutare tutti: giovani, single, padri soli, persone non autosufficienti. E sì, anche le madri, ma in quanto cittadine.

Perché si è madri in tanti modi: nelle corsie d’ospedale, nelle associazioni, a scuola, nelle biblioteche, assistendo genitori, anziani, persone in difficoltà. C’è anche chi è diventata madre senza essere mai stata figlia. Tante categorie, ma in fondo una sola: le persone.

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