Contratti «pirata» e tilt domanda-offerta: le piaghe del lavoro

La contrapposizione esplode in polemica. Da un lato, gli esercenti che lamentano posti di lavoro vacanti che, nonostante l’offerta, rimangono tali. Dall’altro, i disoccupati che a testa alta ribattono: «Per l’impegno che richiedete, non ci pagate abbastanza». Sullo sfondo di una contesa che rischia di lasciare dietro di sè solo un polverone stagionale, i problemi reali che rischiano di fare saltare il banco sociale restano però almeno due. E no, tirata la riga e incrociati i (pochi, per la verità) dati aggiornati disponibili, non si tratta né di «giovani scansafatiche» né di «Reddito di cittadinanza di comodo». La piaga del lavoro che c’è ma non si vede si divide tra il cortocircuito ancora impressionante (nonostante internet, nonostante i Centri per l’impiego, nonostante i social) tra domanda e offerta e, soprattutto, la sempre più incalzante insofferenza verso quella che il sindacato definisce la sconfitta occupazionale dell’ultimo decennio: i contratti pirata.
Un quadro che attraversa tutto il Paese e che anche la nostra provincia ricalca. Un quadro che chi - come le parti sociali - si trova a confrontarsi con i potenziali lavoratori «sul mercato», definisce ormai quasi incancrenito. Ma non irrecuperabile.
Un dato: nei Centri per l’impiego di Brescia, ieri, c’erano «in giacenza» circa 255 offerte di lavoro, posizioni disponibili ma ancora vacanti e ogni settimana, man mano, se ne aggiungono di nuove. Com’è possibile, allora, che mentre le imprese e il settore turistico non trovano candidati da assumere, centinaia di persone sono alla ricerca di un incarico? A rispondere ci prova Giuseppe Leone, segretario generale della Filcams Cgil Brescia, categoria che si occupa dei lavoratori di commercio, terziario, turismo, pulizie e servizi. «Le realtà sane esistono, ma la verità è che ci sono tante, troppe irregolarità e una moltitudine di zone di lavoro grigie». L’esempio più classico è la moda - ormai in voga da molto - dei contratti a chiamata che celano un rapporto stabile di fatto.
«Questi fenomeni in sottofondo ci sono sempre stati, ma negli ultimi anni abbiamo assistito a un peggioramento anche dettato dalle molte chiusure. C’è, insomma, un problema di sostenibilità di questi settori e, poi, c’è un problema serio di qualità occupazionale». Alias: contratti pirata, vale a dire un’intesa che abbassa le tutele di chi lavora in un settore o in un’azienda, attraverso l’erosione dei diritti siglati dalle organizzazioni sindacali più rappresentative. Per questo si chiamano «pirata»: perché scippano la qualità dei diritti. Ma attenzione: a rimetterci, in questi casi, non sono solo i lavoratori. Il danno si riversa su tutto il sistema.
L’abbassamento di diritti e salari consente infatti alle aziende scorrette una competizione al ribasso, che vede penalizzate quelle che - al contrario - rispettano il lavoro, in una forma di dumping verso gli imprenditori che rispettano norme ed applicano i contratti regolari. E il colpo più duro viene inferto alle categorie fragili: i giovani, coloro che nelle zone ad alto tasso di disoccupazione sono costretti ad accettare condizioni di lavoro al ribasso. Condizioni che, oggi, non fanno che emergere il malcontento. C’è chi dice «no». Clelia ha ultimato gli studi da tre anni, ha avuto collaborazioni, qualche contratto a tempo determinato. È in cerca di un impiego: è laureata in storia dell’arte, ma non disdegna lavorare nel turismo anche per un posto stagionale.
«Parlo quattro lingue, sono formata ma non per questo, ora, cerco necessariamente il posto fisso nel mio campo. Mi andrebbe benissimo anche una stagione a servire ai tavoli. Quel che non mi va bene, però, è essere contrattualizzata per tre giorni alla settimana e lavorare invece sei o sette su sette con una retribuzione da fame. A questo punto mi tengo la disoccupazione del lavoro precedente e continuo a cercare» racconta. L’esatto opposto di ciò che serve: aumentare i salari e dare se non certezze almeno i diritti fondamentali alle persone e la pirateria va esattamente nella direzione opposta. «Il problema salariale è un dato di fatto - conferma Leone -. Senza contare che ci sono situazioni di deterioramento che non riguardano solo i giovani. Qui c’è una crisi complessiva di sostenibilità».
Quale la ricetta? «Serve una verifica complessiva sullo stato del lavoro. Bisogna favorire il turismo e le imprese, ma attraverso impieghi di qualità e per farlo serve la semplificazione contrattuale», che altro non è che l’istituzione, per ogni categoria (turismo incluso) di contratti nazionali di riferimento. Mauro, invece, ha una storia diversa. Ha da poco compiuto i 40 e, dopo mesi e mesi di ricerca, un lavoro lo ha trovato. «Sì, ma per puro caso - confessa -. Ogni giorno guardavo annunci, facevo ricerche su internet ma niente che rispondesse alle mie esigenze, anche se non si tratta di chissà quali pretese. Poi, qualche sera fa, ho sentito una conversazione al tavolo accanto al mio, dove ci si stava lamentando dei giovani senza voglia di lavorare e di due posizioni aperte da mesi ma senza riscontro. Mi sono avvicinato, mi sono reso disponibile: lunedì inizio, ma quell’offerta di lavoro io non l’avevo mai trovata nelle mie ricerche». Eccolo, l’altro volto di questa caccia a vuoto: il perenne tilt di domanda e offerta.
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