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Brescia e Hinterland

CASSAZIONE

«Con l’agguato a Frank sapevano di uccidere»


Brescia e Hinterland
10 gen 2019, 16:18
DELITTO SERAMONDI: "SAPEVANO DI UCCIDERE"

La Cassazione non ha dubbi. «Muhammad Adnan e Sarbjiit Singh avevano sicuramente messo bene in conto l’uccisione di chi avrebbero trovato nel locale al momento dell’accesso per attuare quel genere di feroce agguato».

L’agguato in questione è il duplice delitto di Frank Seramondi e della moglie Giovanna Ferrari, freddati nella loro pizzeria da asporto alla Mandolossa l’11 agosto del 2015. Vicenda che processualmente si è chiusa definitivamente per quattro dei cinque coinvolti. Il pakistano Mohammad Adnan, concorrente della «pizzeria da Frank» e colui che sparò ai coniugi bresciani, e il complice indiano Sarbjit Singh appunto, condannati all’ergastolo, Santokh Singh, (19 anni) e Gurjet Singh, (6 anni).

Nelle motivazioni della sentenza la Cassazione ha definito Adnan «l’ideatore del fatto, con propositi omicidiari e manifestazioni degli stessi ampiamente in grado di rappresentare l’elemento cronologico e quello ideologico della premeditazione».

Aggravante contestata anche al complice, l’indiano Sarbjit Singh perché «avrebbe avuto tutto il tempo di ravvisarsi anche solo il giorno stesso del fatto quando ha visto comparire il fucile». Secondo la Cassazione l’indiano non avrebbe inoltre manifestato disperazione dopo l’uccisione di Giovanna Ferrari, la moglie di Frank, come sostenuto dalla difesa, ma - si legge nelle motivazioni - «vedendo il filmato delle telecamere interne al locale si nota che il gesto che fa l’uomo con la mano non è di sorpresa, ma è la segnalazione ad Adnan del tentativo di fuga di Seramondi dopo i primi spari».

Santokh Singh, condannato a 19 anni «ha consigliato Adnan sul modo con cui commettere l’omicidio, ha offerto la sua collaborazione per reperire i concorrenti proponendosi inizialmente lui stesso quale partecipe nell’esecuzione».

Processo da rifare, in virtù dell’annullamento degli Ermellini della condanna a 5 anni e 4 mesi, per Jasfir Lal, che era accusato di ricettazione del fucile utilizzato per l’omicidio. «Non si spiega dall’analisi del traffico telefonico, come possa desumersi la cessione dell’arma da parte di Jasfir Lal» hanno scritto i giudici. «Si pone in discussione la prova dei fatti a sostegno del giudizio di responsabilità e per questo la sentenza pronunciata dalla Corte d’Appello di Brescia va annullata».

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