Com'è sbrindellata la dea della gioia

Ecco marzo: tra viole e musica si annuncia la primavera
Viole di campo - Foto © www.giornaledibrescia.it
Viole di campo - Foto © www.giornaledibrescia.it
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«Iér l’éra ’n dé dè màrs ariùs e sbrèl / e dré a lé rìe cantàa la primaéra. / Söl müradèl èl gàl dè la Maria / ’l slömàa lé sò polàstre a beculà».

Ogni anno l’arrivo di marzo mi riporta in testa questo attacco del poeta iseano Franco Fava. L’indimenticato Renzo Bresciani diceva di questi versi che colpiscono come «una scheggia di vetro».

A me restano nell’orecchio i due aggettivi: ariùs (che non è ventoso, ma racconta piuttosto di soffi inquieti e irrispettosi) e sbrèl (che come sbrelét e sbréndol significa fatto a brandelli, disordinato). Teatro principe della primavera sono le rìe, le sponde incolte dei fossi dove regna a macchie timide la viola.

Stuzzicante come una primavera ho sempre trovato il modo di dire bresciano «’ndà en vióla». Letteralmente «andare in viola», ma indica un perder tempo in festini e in gite gioiose. Espressioni analoghe le ho trovate in vocabolari ottocenteschi in milanese (dàgh la vioeula), veneziano (andàr per viole) e bolognese (’ndàr a viola).

Quale l’origine? Probabilmente molti lettori non saranno d’accordo con me, ma io ho trovato un grimaldello interpretativo a partire dal bellissimo «Lessico bresciano» di Gianni Pasquini, che distingue viöla (il fiore) da viòla (il colore) e da vióla (nell’espressione che indica il giubilo). Accenti diversi, mondi diversi. Anche il termine italiano viola (inteso come strumento musicale) come lo spagnolo vihuela non è legato al fiore ma al nome dello strumento medievale vitula.

Perché Vitula era la dea latina della gioia: la celebrazione in suo onore prevedeva il sacrificio di vitelli, era detta vitulatio ed era accompagnata da festosa musica. Insomma: un rito «sbrèl», un vero e proprio «’ndà en vióla».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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