Cinquant'anni come il castagno

Quel mobiletto orrendo con i pomolini in ceramica all’ingresso di casa di mia nonna, sul quale troneggiano telefono e bomboniere oscene di matrimoni anni Ottanta, avrà cinquant’anni.
Quel maglione infeltrito e logorato che mio papà mette quando fa i lavori in giardino, avrà cinquant’anni. Quella poltrona in simil pelle sfondata dalle pennichelle pomeridiane di zia Mariuccia, avrà cinquant’anni. Quel signore simil giovane convinto che disinteressandosi del passare del tempo questo si fermi, quell’attempato ragazzo che accanto al computer ha Goldrake e una sveglietta con la gallina che becca al ritmo dei secondi, ha cinquant’anni e nello specifico sono io.
Mio malgrado, ovviamente. Perché uno si sveglia una mattina, dopo sonni financo sereni, ed ecco che si ritrova con i decenni accatastati pronti ad alimentare il gran falò dei cinquant’anni. Ma com’è possibile? Il trascorrere del tempo è stato davvero così spietatamente veloce? Nel «Ragazzo di campagna» uno strepitoso Artemio/Renato Pozzetto chiede alla madre lumi sulla sua età, e lei: hai quarant’anni, come il castagno che il tuo papà ha piantato alla tua nascita. Lui: e io come lui sono rimasto qui, ma per un uomo i quarant’anni sono l’ultima spiaggia.
Fortunatamente i cinquant’anni di oggi sono i trent’anni di una volta, quindi non si impongono confronti con Artemio. Del resto, come diceva mio nonno, c’è una sola alternativa all’invecchiare, e non è certo meglio. Da parte mia guardo con entusiasmo e fiducia ai prossimi cinquant’anni.
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