Caffaro diverrà il «Central park di Brescia»: Regione e Loggia avviano l’iter aree private
L’architettura temporale è questa: entro il 12 di febbraio, il commissario straordinario Mauro Fasano consegnerà «le chiavi» del cancello di via Nullo al Raggruppamento temporaneo d’impresa che si è aggiudicato la gara (la capofila è Greenthesis, ad affiancarla ci sono la siciliana Nico e la modenese Acr).
L’affidamento della gigantesca area di cantiere (quella cittadella da 110mila metri quadrati che fu industriale) viene così anticipata di un mese e mezzo.
Poi, le tre aziende procederanno con i rilievi necessari per mettere a punto la progettazione del primo atto della messa in sicurezza (valore: 54 milioni di euro), così da arrivare «per l’autunno, ma comunque entro la fine dell’anno» ad azionare la macchina della demolizione. Quella che farà cadere, uno dopo l’altro, i capannoni del sito Caffaro, il marchio della chimica passato dai fasti alla disgrazia, trascinando con sé tutta la città e buona parte della provincia, profondamente ferite. Rogge, falda, terreni pubblici e privati: tutto è stato avvelenato da un garbuglio di inquinanti nocivi (Pcb, mercurio, cromo esavalente, mercurio, metalli pesanti) con cui ora le istituzioni si trovano faccia a faccia, alla resa dei conti. Obiettivo: estirparli.
Sopralluogo
A scandire il cronoprogramma rimodulato è stato il commissario straordinario del Sito di interesse nazionale Brescia-Caffaro Mauro Fasano. L’occasione: il sopralluogo organizzato all’interno del «borgo industriale» di casa tra le vie Nullo, Milano e Morosini al quale hanno partecipato (oltre a Giovanmaria Tognazzi, dirigente del settore Ambiente in Provincia e custode giudiziario dello spicchio dell’area sequestrata a Caffaro Brescia srl in liquidazione) l’assessore regionale all’Ambiente Giorgio Maione, la sindaca Laura Castelletti, l’assessora all’Ambiente in Loggia Camilla Bianchi e i vertici di A2A Ciclo idrico a cui, da novembre, è affidata la gestione della barriera idraulica.
Il prossimo ostacolo da superare (almeno sulla carta) è legato all’avvio delle demolizioni, che dovrebbero durare un paio di anni. Molte delle zone interne sono infatti ancora sotto sequestro e, dunque, inaccessibili. La Procura ha da tempo già accordato parere favorevole al dissequestro, ma il Tribunale ha deciso di mantenere alzato il cartellino rosso.
Su questo fronte, il commissario Fasano è però fiducioso: «Nei prossimi mesi, quando si arriverà alla fase dello smantellamento incontreremo la Procura». L’ipotesi più plausibile è infatti che i sigilli saranno rimossi solo nel momento in cui si entrerà nella fase clou del progetto.
Prospettive
«Chiediamo ai cittadini di sognare un po’ e immaginare questo spazio libero: significa che la collettività si riprende questo pezzo di territorio» è il messaggio lanciato da Maione. Quale ad oggi il destino immaginato per l’area Caffaro, dunque? La sindaca Castelletti non ha dubbi sulla destinazione regina: «Qui nascerà un grande parco pubblico, sarà il Central park di Brescia. Certo, poi sarà uno spazio arricchito da altre funzioni ma è giusto pianificarlo quando i lavori saranno conclusi». In ballo c’è la destinazione delle palazzine che accoglievano gli uffici, quelle in mattoncini rossi affacciate su via Milano.
Il futuro prossimo, invece, ha una priorità ben definita: il dossier relativo ai terreni privati fuori dal perimetro della ex fabbrica. «Si sta ragionando su come intervenire, stiamo conducendo degli approfondimenti tecnici» conferma la sindaca. Aggiunge Maione: «Siamo già al lavoro per studiare gli aspetti giuridici, certo è che il primo passo sarà incontrare i privati perché non vogliamo fare precipitare su di loro alcuna decisione, ma costruire un percorso insieme: bisogna ricordare che quei cittadini sono stati le grandi vittime di Caffaro».
In che modo si procederà? «Abbiamo già una serie di studi condotti dall’Ersaf e stiamo vagliando come assessorato dei modelli di business per il recupero dei 74 km quadrati che Regione Lombardia ha in aree dismesse o da bonificare alle quali bisogna dare una seconda vita». Un percorso non facile, che potrebbe portare anche a un mix di soluzioni (dai pannelli fotovoltaici a fasce di mitigazione con il bosco urbano). Del resto, i cittadini attendono da 23 anni.
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