Bontà, un bene da custodire ed esportare
La cerimonia del Premio Bulloni finisce sempre con l’emozionarmi. Di certo capita a molti. Oltre ai gesti straordinari dei premiati, mi colpiscono le parole che talvolta loro stessi rivolgono alla città, colme di riconoscenza.
Ci leggo sempre un che di esemplare, anche per la spiazzante modestia con cui viene accolto il tributo alla bontà, il più delle volte esteso a quanti hanno condiviso il loro cammino. È accaduto anche quest’anno: la vincitrice, Gabriella Feraboli, ha pure parlato di Brescia tutta come di una città lungimirante, nel caso specifico nel gestire la piaga della droga. I progetti suoi e di chi con lei li ha costruiti sono stati esportati, ha ricordato, in altre città. Una lungimiranza che Brescia sembra aver avuto anche nel premiare proprio la bontà, fin dal 1953.
Una sommaria ricerca rivela che molti altri capoluoghi la celebrano: Lodi, Cremona, Treviso, Perugia, Padova, Rimini, Udine, per citarne alcuni. Ma nessuno lo fa da così tanto tempo e ininterrottamente.
Una circostanza, tutt’altro che scontata - in un tempo di conflitti ed egoismi - di cui andare orgogliosi. Quasi che prima ancora che della Cultura 2023 (con Bergamo), Brescia possa essere considerata una Capitale della Bontà. Bene prezioso, da custodire ed esportare.
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