«Architerror: così prendo in giro brutture architettoniche»
Mostruosità abusive, facciate insensatamente decorate con il logo di una maison della moda, stazioni della metropolitana che sembrano fatte con le perline di Barbie: tutto questo è «Architerror». Traduzione: «Architetture tremende».
La pagina di garbata satira architettonica ha già più di 50.000 follower tra Facebook e Instagram ed è ormai un cult. Il fondatore? È bresciano, vive a Londra e si chiama Massimo Adiansi. «Ho lavorato a Brescia fino al 2015 - spiega Massimo -. Avevo il mio studio, poi mi hanno contattato dall’Inghilterra. Mi sono spostato anche per vedere un mondo nuovo».
Quanto ad «Architerror», è nato «nel 2012, come un gioco tra amici. «Avevo aperto un gruppo su Facebook tra architetti e appassionati. Il gruppo cresceva, cresceva, e mi sono detto: perché non farne una pagina? Ci sono moltissimi siti di architettura bella, nessuno parla delle cose brutte. Qual è il social perfetto per la satira fotografico-architettonica? Apparentemente potrebbe essere Instagram, per l’approccio fotografico, ma in realtà piacciono molto i commenti. Il format, foto più commento, fa il verso alla critica architettonica che trovi sulle riviste d’arte e di architettura, con la loro scrittura ampollosa fatta di termini difficili, a volte anche inventati. E infatti omaggio anche i grandi critici, come Bruno Zevi».
Adiansi si sofferma poi sulle immagini utilizzate. «È una comunità partecipativa, io non fotografo praticamente più. Ho sempre la casella piena. E le immagini arrivano anche dall’estero, ho follower albanesi, spagnoli… Però l’80% della gente che segue è italiana e dunque la maggior parte delle architetture è di casa nostra. La “Bella Italia”, quindi, non è così bella… La cosa è nata proprio come critica costruttiva. Come si è arrivati a creare queste storture? Perché non sono figlie di una sola testa. Non è mai solo l’architetto a crearla. Ci sono mille aspetti che subentrano: gli uffici tecnici, gli investitori. La community lo sa: mai citare architetti, committenti e progettisti, a meno che non siano famosissimi. E comunque, quando si commenta, va fatto sempre utilizzando un linguaggio educato».
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