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Presidio pacifista all'Aerobase di Ghedi: «In caso di incidente si rischia una strage»

Un centinaio di attivisti si è dato appuntamento per dire «basta» alla guerra e per invocare la messa a bando delle armi nucleari
Il presidio pacifista davanti all’aeroporto militare di Ghedi
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Il presidio pacifista davanti all’aeroporto militare di Ghedi

Presidio pacifista davanti all’aeroporto militare di Ghedi, dove un centinaio di attivisti si è dato appuntamento non solo per dire «basta» alla guerra, ma anche per invocare la messa a bando delle armi nucleari e la chiusura delle basi atomiche, oltre che per chiedere l’uscita dell’Italia dalla Nato. 
Una iniziativa, quella in atto fuori dalla base dell’Aeronautica di Ghedi, organizzata dalla rete composta dalle associazioni Donne e uomini contro la guerra, Familiari delle vittime dell’uranio impoverito, Basta guerre e dal Centro sociale 28 maggio, realtà che già in febbraio si erano riunite con altri sodalizi d'Italia a Venegono, in provincia di Varese, per ricreare un grande movimento pacifista.

I promotori

La manifestazione a Ghedi, con altre analoghe organizzate in tutto il Paese, è stata indetta con l’appoggio di numerose altre sigle e organizzazioni (Unione Popolare, Unione sindacale di base, Potere al Popolo, Rifondazione Comunista, Partito dei Comitati di appoggio alla resistenza per il Comunismo) per «lanciare un allarme generale - rimarca Beppe Corioni del Centro sociale 28 Maggio -: non solo si sta alzando il pericolo della guerra, ma anche del nucleare. Qui a Ghedi, per esempio, si vive un contesto di pericolosità drammatica: un rapporto di Green Peace rileva che qualora in questa base si registrasse un incidente, ci potrebbero essere tra i 2 e i 10 milioni di morti. Il tutto nell’indifferenza generale». 

Le richieste

E quindi le richieste: l’immediato cessate il fuoco in Ucraina, con il contestuale avvio delle trattative di pace ma anche lo stop all’invio di armi nel Paese; la messa al bando delle armi nucleari e la chiusura delle basi atomiche in Italia; l’uscita dell’Italia dalla Nato; la riduzione delle spese militari perché, spiega ancora Corioni, «la Nato chiede al nostro Paese un impegno economico pari al 2% del Pil per le spese della difesa, a fronte dell’1,42% che l’Italia impegnava prima. Questo equivale spendere 104 milioni di euro al giorno».

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