Ambiente

Processionaria e bostrico, «flagelli» figli del cambiamento climatico

I due insetti sono presenti da sempre. Temperature più alte, Vaia e le città hanno alterato l’equilibrio
Elisa Rossi

Elisa Rossi

Giornalista

Le aree secche sono quelle segnate dal bostrico © www.giornaledibrescia.it
Le aree secche sono quelle segnate dal bostrico © www.giornaledibrescia.it

Ci sono da sempre, ma gli squilibri portati da inquinamento, urbanizzazione, antagonisti naturali meno presenti e cambiamenti climatici hanno reso la loro presenza problematica. Bostrico e processionaria sono due insetti endemici che stanno creando non pochi grattacapi nel Bresciano. E per motivi diversi.

La processionaria

Questo insetto, in forma di larva, può essere molto pericoloso per la salute dell’uomo e degli animali. Non che non possa provocare la morte della pianta dove vive, ma è un evento piuttosto raro, perché succeda la colonia deve essere numerosissima.

La processionaria è una falena che vive sugli alberi di pino e quercia: la più diffusa in Italia è quella del pino. È una falena notturna, ma il problema lo dà quando è larva e, soprattutto, in ambito urbano: i peli sono urticanti e particolarmente dannosi per occhi e mucose delle vie aeree; si sono verificati anche casi di soffocamento per ingestione, ma è più comune l’orticaria a braccia e gambe.

La larva della processionaria è pericolosa © www.giornaledibrescia.it
La larva della processionaria è pericolosa © www.giornaledibrescia.it

«Tra giugno e luglio la farfalla, che vola di notte, deposita le sue uova sugli aghi del pino o del cedro - spiega Fiorenzo Pandini, agronomo fitopatologo -, poi tra luglio e agosto nasce una larva grande quanto la capocchia di uno spillo che, attraverso due o tre mute, cresce fino ad ottobre. Verso dicembre e gennaio queste "gattole", sentendo freddo, creano i nidi, batuffoli bianchi ben visibili, ma pericolo ancora non ce n’è». Almeno finché non comincia a fare più caldo: «Da febbraio una di queste - prosegue Pandini - esce dal nido e viene seguita dalle altre e, attraverso una processione, si spostano di albero in albero e così c’è il rischio per un cane di annusarle o leccarle, per un bimbo incuriosito di toccarle». Da maggio poi, quando queste si imbozzolano nel terreno per poi uscirne farfalle, il rischio torna nullo. In questo periodo, però, compare la larva della processionaria della quercia.

Come comportarsi? Dipende dal periodo dell’anno: «C’è un prodotto biologico micidiale per la processionaria - continua Pandini -, ma per essere efficace va utilizzato solo da Ferragosto e fino a metà ottobre, il bacillus thuringiensis; da dicembre e gennaio, invece, bisogna tagliare i nidi ed eliminarli, da febbraio questo lavoro è inutile perché sono vuoti». C’è poi un sistema più raffinato che va svolto da un professionista: l’endoterapia. Una curiosità: i pini marittimi non vengono intaccati dall’insetto a cui piace particolarmente il pino nero austriaco.

Bostrico

Ben più grave per la flora, ma non per uomo e animali, è la proliferazione del bostrico che sta cambiano il paesaggio alpino creando aree secche in diversi boschi.

Il bostrico è un coleottero © www.giornaledibrescia.it
Il bostrico è un coleottero © www.giornaledibrescia.it

L’Ips thypographus (bostrico tipografo) è un coleottero che attacca prevalentemente l’abete rosso, in cui si sviluppa sotto la corteccia scavando gallerie che interrompono il flusso della linfa e portano alla morte delle piante in breve tempo. «Il bostrico c’è sempre stato - aggiunge Pandini - ma attaccava solo abeti vecchi, stressati da caldo e siccità». «La proliferazione del bostrico - spiega il dottore forestale Adriano Prandelli - è dovuta soprattutto all’opera umana perché si è favorito un bosco di soli abeti rossi che in natura non esiste. Il cambiamento climatico, la lunga siccità e la tempesta Vaia, hanno favorito questo fenomeno che si è fatto sentire soprattutto dopo la tempesta del 2018 perché i lepidotteri hanno trovato alberi debilitati o schiantati, quindi più cibo». E aggiunge: «Questa sta diventando un’emergenza nazionale».

«Il bostrico - specifica Pandini - entra nel primo anello dell’albero, il cambio, una struttura gelatinosa tra il libro e il legno ed è responsabile della crescita in diametro del tronco. Attaccata questa l’albero muore, ma non si schianta subito, ma dopo uno o due anni». Se poi la pianta viene lasciata lì, e non rimossa immediatamente, il bostrico non può che moltiplicarsi e l’infestazione si espande.

A differenza della processionaria, non c’è una terapia farmacologica efficace contro il bostrico: «Se per un dottore agronomo o forestale - sottolinea Pandini - la moria degli abeti rossi è una perdita del patrimonio forestale, per un naturalista il bostrico spazza via ciò che non è più adatto all’habitat e che verrà sostituto da un’essenza più adatta all’ambiente».

«Si sta quindi parlando molto - sottolinea Prandelli - di un cambio della silvicolura: favorire, invece dell’abete rosso altre specie come faggio e frassino maggiore modificando così la dendrologia del bosco monospecifico. Alcuni sostengono sarebbe utile piantare la conifera nordamericana nota come abete di Douglas».

«Fare di più»

«A 5 anni da Vaia è stato fatto troppo poco - dice Gionatan Bonomelli, presidente dell’associazione Consorzi forestali della Lombardia - ben sapendo la pericolosità del bostrico. Le risorse sono troppo esigue per contrastare un fenomeno di questa portata. Serve fare di più se non vogliamo che la situazione degeneri». Intanto si piantano querce, frassini e carpini, «piante più adeguate - dice Pandini - al clima».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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