Ambiente

Termoutilizzatore, «a Brescia era previsto lo studio epidemiologico»

Panizza di Medici per l’ambiente: «Serve la graduale chiusura degli impianti sovrabbondanti rispetto alle esigenze del territorio»
Il termoutilizzatore visto dalla Bassa
Il termoutilizzatore visto dalla Bassa
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Celestino Panizza dell’associazione Medici per l’ambiente, lo ripete: «Serve la graduale chiusura degli impianti sovrabbondanti rispetto alle esigenze del territorio, che vanno rimpiazzati con trattamento a freddo e recupero di materia». Perché – insiste – «a lungo termine la salute risente degli effetti di questi inceneritori che bruciano, va ricordato, anche rifiuti industriali».

La tecnologia non ha reso gli impianti meno inquinanti?

«È vero che le nuove tecnologie abbattono le emissioni, ma la maggiore pericolosità delle polveri ultrafini è quella che rappresenta la maggiore problematicità sia dal punto di vista della tossicologia che del controllo. Alle polveri ultrafini che vengono emesse sono adese le frazioni tossicologiche più rilevanti, come dimostrato da diversi studi scientifici che analizzano questo problema, indagato anche dall’Oms».

Cosa è emerso, di preciso, da queste ricerche?

«Studi epidemiologici hanno dimostrato che nelle vicinanze degli impianti di incenerimento le ricadute in termini di fumi (e quindi di inalazione e contaminazione dei suoli) hanno un impatto sulla salute dal punto di vista, ad esempio, dei tumori: si parla di linfomi non Hodgkin, tumori al polmone e alla mammella. Ed è evidente anche che ci sono degli effetti sulla nascita precoce».

Cioè hanno ricadute sulle donne in gravidanza? 

«Le donne in gravidanza che sono a contatto con le emissioni pericolose (quali diossine, Pcb, metalli pesanti) trasferiscono il rischio al feto, che è particolarmente sensibile. Il fatto che il feto sia contaminato, nelle fasi di sviluppo precocissimo ha degli effetti a lungo termine che si trascinano per tutta la vita».

Quindi c’è evidenza scientifica delle ricadute di queste emissioni sulla salute, almeno per questi casi?

«C’è un’ampia letteratura nella quale si specifica che non è vero che gli inceneritori non hanno un effetto, ce l’hanno eccome. Ed è una ricaduta molto importante, che si accumula agli effetti delle contaminazioni locali già presenti. È per questo che chiediamo che ci sia un monitoraggio della salute».

Uno studio, a Brescia, non era già stato eseguito?

«Serve un monitoraggio della popolazione preciso, non basato sul dato della media territoriale, ma dove si valuti la residenza delle persone e la presenza nelle aree di ricaduta degli inceneritori rispetto a zone in cui questa ricaduta non c’è. E serve anche una valutazione a terra».

Perché finora non è mai stato fatto e perché, secondo lei, si fatica a contenere questi impianti?

«Va sempre ricordato che l’inceneritore di Brescia produce quasi 79 milioni di euro: rinunciare a questa quota mette in crisi il bilancio del Comune. Per questo è così difficile: implica dei ragionamenti su vari fronti. Ma lo studio epidemiologico è un impegno disatteso».

In che senso?

«Quando fu proposto l’inceneritore di Brescia c’era un impegno a valutare le ricadute, cosa che non è mai avvenuta: ci sono tecniche per valutare quanti inquinanti ricadono a livello locale e vanno individuati secondo i modelli di dispersione dell’inquinante». 

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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