Ambiente

Il ghiacciaio di Indren sta scomparendo: il reportage dal Monte Rosa

L’iniziativa Climbing for climate promossa dalla Rete delle università per lo sviluppo sostenibile ha portato i delegati in quota per vedere da vicino gli effetti del cambiamento climatico
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Insieme per salvare il ghiacciaio di Indren
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Fa impressione vedere le gocce che si staccano dal ghiaccio a oltre 3.200 metri di quota. Come fa impressione scendere da una funivia poco più in basso e non vedere un briciolo di neve. A ricordarti l’altitudine ci sono quindi solo un po’ di ossigeno in meno nell’aria e l’assenza di vegetazione. Quelle gocce sono il segno tangibile del surriscaldamento globale. Si possono toccare. E si può sentire una temperatura che, a inizio settembre, è comodamente sopra lo zero. Oltre ai dati, insomma, c’è l’esperienza diretta. Oltre alla teoria c’è la pratica. 

In quota

Facciamo un passo indietro. Alle 8 di domenica 7 settembre una cinquantina di persone si ritrova di fronte alla telecabina di Alagna Valsesia, comune in provincia di Vercelli. Da lì la risalita fino a Pianalunga, poi la funivia verso il passo dei Salati e, sempre con l’impianto, l’arrivo a Punta Indren. Mentre si sale si vede la natura che cambia. Siamo sul massiccio del Monte Rosa e adesso nella compagnia ci sono circa 70 persone, perché qualcuno è arrivato in quota dalla Val d’Aosta. In programma c’è la visita al ghiacciaio di Indren che si trova nel territorio di Grassoney, al confine con il comune di Alagna Valsesia. 

È Cfc-Climbing for climate, l’evento promosso dalla Rete delle università per lo sviluppo sostenibile (Rus) e organizzato dall’Università degli Studi di Brescia e dalla Rus del Piemonte Orientale per tenere alta l’attenzione sulla fusione dei ghiacciai e sulla crisi climatica. L’iniziativa è giunta alla sua settima edizione: nel 2019 l’escursione in Adamello, poi i luoghi della tempesta Vaia sul Corno Baitone nell’anno del Covid, successivamente Gran Sasso e Monte Bianco, di nuovo Adamello e Marmolada l’anno scorso. Un appuntamento che sta diventando una certezza, sempre con UniBs in prima linea. Sei anni fa l’intuizione fu dell’allora rettore Maurizio Tira, aiutato da Carmine Trecroci, professore di Economia politica dell’ateneo e oggi presidente della Rus, che conta 88 università associate. Anno dopo anno le presenze al Cfc sono aumentate e adesso partecipano docenti universitari, ricercatori, dottorandi, studenti ed esperti in campi molto diversi tra loro. 

  • Climbing for climate sul massiccio del Monte Rosa
    Climbing for climate sul massiccio del Monte Rosa - © www.giornaledibrescia.it
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Quella di quest’anno non è stata una vera e propria «scalata per il clima». A parte un piccolo gruppo che in cordata si è mosso sul ghiacciaio, infatti, la maggior parte dei delegati Rus ha raggiunto punta Indren con gli impianti di risalita e lì ha potuto vedere da vicino gli effetti del cambiamento climatico. Poco importa dunque se nelle gambe non ci sono chilometri e chilometri. Il massiccio del Monte Rosa è punto d’osservazione speciale, anche grazie ai membri del Comitati glaciologico italiano (Cgi) e del Cai, che collaborano all’evento, patrocinato – tra gli altri – dal ministero dell’Ambiente. 

L'effetto del cambiamento climatico - © www.giornaledibrescia.it
L'effetto del cambiamento climatico - © www.giornaledibrescia.it

«Il ghiacciaio arretra di parecchi metri all’anno, è evidente. Ma oltre a questo c’è la perdita di massa: sostanzialmente si abbassa – spiega Federico Venere, che si è laureato in Geologia applicata all’Università di Torino proprio con una tesi sull’argomento –. Tra il 2018 e il 2023 la massa di ghiaccio è arretrata di quasi 200 metri e si è alzata anche di quota. Pure una persona non addetta ai lavori può venire in quota e vedere le differenze di anno in anno. Tutto questo porta delle conseguenze: c’è una perdita di risorse idriche e tutte le attività che si sviluppano in zone limitrofe al ghiacciaio incontrano problematiche».

Venere è anche maestro di sci e sul massiccio del Monte Rosa, ai piedi del quale abita, passa estati e inverni da sempre. L’ha visto cambiare e lo vede ora assediato da problemi. «Sul ghiacciaio di Indren fino alla fine degli anni Novanta si praticava lo sci estivo. Adesso è troppo pericoloso. Non è solo questione di regresso: c’è una forte presenza di detrito potenzialmente mobilizzabile che può costituire un rischio».

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Climbing for climate 2025, Federico Venere: «Il ghiacciaio arretra ogni anno»

Federico Venere e Marco Giardino, vicepresidente del Comitato glaciologico italiano, mentre spiegano quello che sta succedendo a 3.200 metri di quota tengono in mano una fotografia. È il ghiacciaio di Indren nel 1915. Grande, innevato: un confronto che preoccupa. Dove c’era una distesa di ghiaccio adesso c’è un deserto di roccia. Forse non scomparirà ma rischia di diventare un corpo residuo non più attivo. Dal 1927 (data di inizio rilevamenti) il regresso lineare è stato di circa 900 metri. Proprio questi dati appaiono più che mai importanti, lo ricorda Giardino: «Il nostro compito è far capire che il protocollo scientifico che forniamo è guidato dai numeri. Vogliamo dare a chi agisce localmente indicazioni precise su quello che sta succedendo».

Il ghiaccio si può toccare, ma non si sa ancora per quanto. Mentre a pochi metri dalla linea di confine che lo separa dalle rocce si discute di problematiche, azioni, interventi e possibilità, in lontananza si vedono le cordate di chi ha provato a spingersi un po' più in alto. «Quando eravamo sul ghiacciaio un masso di dimensioni importanti si è staccato, fortunatamente lontano da noi», racconta la Prorettrice del Politecnico di Torino Elena Baralis. Ci sono solo alcuni punti in cui lo spessore del ghiaccio è significativo. Poi esclusivamente strati sottili e rocce. Certo, la collocazione non aiuta, perché il ghiacciaio di Indren si trova sul versante sud del massiccio del Monte Rosa: una posizione «sfortunata» (in altri luoghi si trova neve anche a quote più basse), che non può però giustificare una scenario a tratti sconcertante.

Il ghiacciaio di Indren - © www.giornaledibrescia.it
Il ghiacciaio di Indren - © www.giornaledibrescia.it

«Il cambiamento climatico che scaturisce dal surriscaldamento globale ha un effetto molto visibile, specialmente sugli ambienti di alta quota – sottolinea il professor Trecroci –. Climbing for climate ha due scopi: monitorare gli effetti sui ghiacciai delle traiettorie climatiche che tutti stiamo già osservando da decenni e reiterare l’appello per un impegno collettivo e incessante per la mitigazione e l'adattamento ai cambiamenti climatici».

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Climbing for climate 2025, Trecroci della Rus: «Reiterare l'impegno collettivo»

Verso mezzogiorno la funivia riporta la delegazione di Cfc al passo dei Salati. Poco più giù (ma parliamo comunque di 2.912 metri) c’è l’Istituto Angelo Mosso, fondato nel 1907 come laboratorio di fisiologia ad alta quota tra il Corno del Camoscio e lo Stolemberg. Ora è un osservatorio che fa parte della Lter (Long term ecological research network), la rete di ricerca ecologica a lungo termine. Mentre la carovana raggiunge l’istituto viene divisa da una fila di automobili (non elettriche) giunte in quota. Inutile dire che i commenti non sono particolarmente positivi. «Anche da questo si capisce il rispetto che c’è per la montagna».

Dati e numeri

Sulle emissioni di gas serra la Rus ha ricordato che l’Italia non è in linea con gli obiettivi stabiliti dall’Europa per il 2030. «A confronto con il 1990, nel 2023, ultimo anno di dati certificati, le emissioni nazionali dei gas serra sono risultate inferiori del 26% – riporta la Rete –. Ma per il terzo anno consecutivo l’Italia registra emissioni di gas serra maggiori di quelle previste dagli impegni assunti in ambito europeo». Per questo Cfc 2025 si unisce all’appello degli scienziati italiani. «Siamo ancora in tempo per scegliere il nostro futuro climatico. Siamo ancora in tempo per scegliere un futuro sostenibile che metta al primo posto la sicurezza, la salute e il benessere delle persone».

L'istituto Angelo Mosso - © www.giornaledibrescia.it
L'istituto Angelo Mosso - © www.giornaledibrescia.it

L’osservatorio Mosso nel 2000 fu quasi completamente distrutto da un incendio causato da un fulmine. Adesso è uno nodo alpino di fondamentale importanza per la ricerca. Proprio quella ricerca che a sua volta è fondamentale per il territorio. «È molto fragile e va tutelato – specifica Roberto Veggi, sindaco di Alagna Valsesia –. Ma la protezione può essere intesa in tanti modi: ci sono anche persone che vivono qui e devono essere messe nelle giuste condizioni per non abbandonare queste terre. Ecco perché serve consapevolezza». 

Al centro il rettore di UniBs Francesco Castelli con i professori Carmine Trecroci e Maurizio Tira - © www.giornaledibrescia.it
Al centro il rettore di UniBs Francesco Castelli con i professori Carmine Trecroci e Maurizio Tira - © www.giornaledibrescia.it

Oggi però è difficile parlare di territori come unità singole. Una delle tematiche che è emersa con più prepotenza è stata infatti quella che riguarda la pluralità dei soggetti legati ai cambiamenti climatici. Non più solo la città inquinata, ma anche il paese di montagna. Non solo lo scienziato, ma anche l’umanista. Cfc 2025 ha radunato climatologi, ingegneri, economisti e medici.

Lo ha evidenziato con precisione il rettore dell’Università degli Studi di Brescia Francesco Castelli, anche lui ai piedi del ghiacciaio di Indren: «È chiaro che ci siano gli esperti in prima linea, ma tutti siamo interessati. Il tema è importante: ciascuno di noi deve farlo arrivare in maniera pervasiva e trasversale nel proprio ambito di ricerca e insegnamento. Iniziative di questo tipo sono la sintesi di quello che dev’essere l’opera universitaria. La sostenibilità ambientale è qualcosa che dobbiamo coltivare e studiare: è un dovere verso le generazioni future. Vorrei che si andasse nelle scuole e nelle comunità a parlare di tutto questo». 

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Climbing for climate 2025, il rettore Castelli: «Questa è l'opera universitaria»

L’Isituto Mosso ha ospitato un firma importante. Quella del Manifesto per una governance unitaria dei ghiacciai. Un impegno comune per salvarli. Negli ultimi 150 anni i ghiacciai alpini hanno perso circa il 65% del loro volume complessivo, con un’accelerazione mai vista prima negli ultimi decenni. In circa 60 anni l’Italia ha perso un’area glacializzata di oltre 170 chilometri quadrati: è la grandezza del lago di Como. Secondo le proiezioni, entro il 2050 le Alpi perderanno almeno un terzo della loro massa glaciale anche in scenari di mitigazione. Negli scenari più realistici la perdita potrà raggiungere il 60-65%. 

C’è un altro aspetto importante, che Mario Vaccarella del Comitato centrale del Cai ha più volte ricordato. L’importanza di affidarsi alla scienza. «È l’unica disciplina in grado di salvarci e di combattere lo scetticismo dilagante nei confronti del cambiamento climatico – il suo commento –.Vogliamo che i governanti gestiscano la situazione. Climing for climate non è un evento intriso di retorica. Entriamo nel vivo dell'argomento per risolvere il problema».

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Climbing for climate 2025, Vaccarella del Cai: «Ogni giorno si deve fare qualcosa»

Dopo circa cinque ore tra ghiaccio, discussioni e (possibili) soluzioni, Climbing for climate 2025 termina con un classico pranzo in rifugio. La discesa in funivia è il momento per godersi gli ultimi scorci di montagna e per farsi raccontare dalle guide alpine cosa vuol dire vivere e lavorare in un territorio che cambia con rapidità e senza tregua. L’arrivo ad Alagna Valsesia è invece il momento per i saluti. Si torna sparpagliati in diverse parti d’Italia, con un po’ di consapevolezza in più, ma forse anche con qualche preoccupazione. E non potrebbe essere altrimenti. 

Le comunità

Domenica è stata la giornata più importante dell’evento promosso dalla Rus. Ma in molti avevano raggiunto la Valsesia già il giorno prima. Sabato 6 l’iniziativa si è aperta con una marcia alla scoperta dei territori e delle comunità che costituiscono la valle in provincia di Vercelli. «Ognuno deve fare la propria parte per ridurre le emissioni inquinanti e poi le persone devono capire come rapportarsi con la montagna», è stata l'apertura di Trecroci. Nel corso della giornata la delegazione si è spostata nella valle sospesa di Otro e alcune delle sue frazioni walser (prendono il nome dai coloni provenienti dal Canton Vallese della Svizzera), tra le quali Otro, che proprio quest’anno festeggia i mille anni dalla sua nascita. 

  • L'UniBs in Valsesia per la due giorni di «CFC-Climbing for climate» - © www.giornaledibrescia.it
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  • I festeggiamenti ad Otro, fondata mille anni fa
    L'UniBs in Valsesia per la due giorni di «CFC-Climbing for climate» - © www.giornaledibrescia.it

Per l’occasione ha raggiunto la località anche il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti, che non è sfuggito al professor Trecroci. «Caro ministro è vero che state raddoppiando i fondi per le università?», è stata la frecciata del presidente della Rus, alla quale Giorgetti ha risposto con un lapidario: «Se la situazione rimane questa, nel giro di cinque anni metà delle università italiane dovrà chiudere».

  • In Valsesia anche il ministro Giancarlo Giorgetti
    In Valsesia anche il ministro Giancarlo Giorgetti - © www.giornaledibrescia.it
  • In Valsesia anche il ministro Giancarlo Giorgetti
    In Valsesia anche il ministro Giancarlo Giorgetti - © www.giornaledibrescia.it

Non il messaggio migliore per chi sulla ricerca e sull’università sta cercando di costruire i pilastri del futuro. E non scolo in chiave ecologica. La previsione di Giorgetti non ha intaccato lo spirito della due giorni e l’invito della Rus, «il sistema universitario deve continuare a svolgere il suo ruolo di ricerca e divulgazione per spingere i governi a prendere decisioni che possano accelerare la transizione ecologica», è stato il motore di Cfc 2025, impreziosita, sabato sera, da un evento culturale promosso dall’Università del Piemonte Orientale al teatro Unione Alagnese. Ora c’è la curiosità di scoprire quali saranno le località e il ghiacciaio che si potranno visitare nel 2026.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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