Il primo stipendio è come il primo bacio: non lo dimentica nessuno. Quando ho ricevuto la prima busta paga avevano ancora corso legale le lire. Conteneva un importo modesto, ma il mio nome scritto sullo statino mi fece provare un’impareggiabile sensazione di autonomia. Quel giorno, uscita dal lavoro, decisi di farmi un regalo. La scelta cadde su una cintura di nappa morbidissima, color nocciola, con una grande fibbia ovale di tartaruga. Era esposta nella vetrina di un negozio di via Mazzini, ahimè chiuso ormai da tempo. In quegli anni la sensibilità verso questi esseri marini era minima e la commercializzazione del loro carapace non era ancora stata vietata. Costava parecchio, però il prezzo mi sembrò adeguato per festeggiare la conquista della mia indipendenza economica.
Quella cintura, come alcune giornate, mi è rimasta impressa. E le suggestioni, a volte, tornano a fare capolino quando meno te lo aspetti. Un episodio archiviato fra i «preferiti», mentre la quotidianità ci lascia sempre in attesa di un sogno da realizzare, anche quando disponiamo di un cassetto abbastanza grande per contenerlo.
Abbiamo un po’ tutti il vizio di ignorare la cintura della vita che, imperterrita, si stringe di una tacca ogni mattina. Così, mentre continuiamo a sentirci sempre in orario, senza sapere su quale orologio stiamo controllando il tempo che passa, aspettiamo di organizzare quel viaggio a cui teniamo, rimandando a quando avremo tempo.
Ognuno vive alla giornata, aspettando il proprio Godot e consumando le ore nell’attesa di qualcosa che probabilmente non arriverà mai. Come in una vecchia canzone di Claudio Lolli, la realtà ci capita addosso quando ormai è tardi per cominciare «a vivere forte», o forse la si comprende soltanto «andando incontro alla morte». Attratti da un futuro solo immaginato evitiamo di soffermarci sul numero delle stagioni che abbiamo ancora davanti. Ci scordiamo dei compleanni all’indietro, delle estati e i Natali trascorsi, dei libri che ci siamo ripromessi di leggere.
Bisognerebbe fare un conto, sia pure sommario, dei mandorli in fiore che abbiamo visto, le vendemmie e le scorpacciate di ciliegie. Ma questa è una contabilità che preferiamo rimandare, perché nei conti della vita è facile perdersi e, soprattutto, si corre sempre il rischio di sottovalutare la cosa più importante: il tempo. Non quello che ci resta, ma quello che abbiamo adesso.




