Al femminile

Quando la felicità è di carta

In Giappone operano agenzie specializzate nell’entrare letteralmente «nella vita degli altri»: lo ha raccontato in un film la regista Hikari
Una scena di Rental family con Brendan Fraser
Una scena di Rental family con Brendan Fraser
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In questo strano lavoro, dove realtà e finzione finiscono per sovrapporsi, il rischio professionale più comune è il coinvolgimento emotivo. Difficile restare indifferenti quando un’attrice, nei panni dell’amante pentita, deve scusarsi per un tradimento e subire le offese della moglie. O quando una madre single affitta un padre da presentare al figlio e, magari, quell’attore un figlio non l’ha mai avuto.

Poi ci sono donne che amano le donne, disposte a noleggiare un marito e a contrarre un finto matrimonio, pur di aggirare le convenzioni sociali. È un servizio nato per rispondere al bisogno di compagnia di molte persone sole, pronte a pagare somme considerevoli per ingaggiare attori che simulino una famiglia che non c’è. Figuranti che recitano un copione, interpretando il ruolo di figli assenti, parenti lontani o amici mai avuti, tentando di colmare vuoti affettivi difficili anche da nominare. Tranquilli: non vi svelerò la trama del film «Rental family».

Mi limiterò a segnalare una realtà che sembra possibile soltanto in Giappone. Ci separano diecimila chilometri dal Paese del Sol levante; eppure, sul piano mentale, la distanza appare ancora maggiore quando si scopre che lì operano agenzie specializzate nell’entrare letteralmente «nella vita degli altri». Talvolta nell’isolamento si aprono crepe, grazie alla presenza di qualcuno riesce a toccarci senza nemmeno sfiorarci, ma sono eccezioni non la regola. E quando la bugia prende il sopravvento è il capitale umano a svalutarsi.

Una domanda, scomoda, resta sospesa: quanto siamo disposti a cambiare prima di ridurci a noleggiare un partner o affittare una famiglia, accontentandoci di relazioni di carta? Neppure in Giappone, però, si intravede una risposta davvero efficace alla solitudine: la più insidiosa malattia sociale del nostro tempo. Non esiste un preparato galenico su misura capace di curare un malessere che colpisce senza distinzione uomini e donne, giovani e anziani.

La solitudine si può distrarre con la finzione; si può anche anestetizzare. Ma si vince, forse, solo con gesti autentici e con un linguaggio capace di attraversare le barriere della confidenza. Sebbene confezionato come una commedia, questo è lo storytelling, neppure troppo romanzato, di alcuni modelli comportamentali giapponesi dai quali sembra quasi impossibile emanciparsi. Il fenomeno dei «familiari a noleggio», raccontato con sottile ironia dalla regista Hikari, riflette una pressione sociale ancora molto pervasiva, sospesa tra un passato denso di tradizioni e un presente affollato di relazioni artificiali.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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