Scuola

Una seconda vita

Silenzio…cala il silenzio.
Il tempo rallenta il suo scorrere e prolunga all’infinito la visione di albe e tramonti iridescenti.
Gli occhi si incantano sull’azzurro intenso del mare ove l’orizzonte incontra il cielo.
I momenti di silenzio nella mia giornata sono tanti, riservo la tristezza alle mie ore di solitudine,
una solitudine senza testimoni che nessuno saprà mai…di cosa è fatta.
Non sono felice, ma neanche completamente triste. Prima di venire qui la mia vita non era
molto diversa. Ero solo, come ora, mi svegliavo alle sette, andavo al bar con un mio amico e il
pomeriggio mi preparavo per andare in acciaieria, un’industria in cui lavoravo da anni.
La mia vita era una galera senza fondo, senza un limite di tempo.
Ora mi trovo in prigione dopo una piccola rapina in una banca. La pena è di cinque anni, ma
calcolando l’inutilità della mia vita, non è poi molto come periodo.
Ora sono seduto sul letto, c’è un odore pesante. Quasi come essere chiuso in una bara sottoterra. Fisso il pavimento. Ho addirittura perso la concezione del tempo, saranno passate due ore, forse tre, ma poco importa ora. Qui dentro il tempo non passa mai, forse a causa della mancanza di un orologio.

La notte non dormo, non riesco, sono infelice e mi sento male al solo pensiero di trovarmi qui. Erano passati tre mesi, credo, quando per la prima volta mi portarono un compagno di cella. Io in lui vedevo me stesso: la tristezza, la malinconia e la solitudine che si manifestavano sul suo volto erano ben visibili. Certe volte di notte lui piangeva e prendeva a pugni il cuscino.
Anche io volevo piangere ma non riuscivo, la stanchezza mi soffocava e anche se nelle altre celle c’era chi al posto di dormire faceva rumori con pezzi di metallo contro le sbarre, probabilmente manette, io cercavo di non farci caso.

Certo, c’è da considerare che la mia vita al di fuori da queste sbarre non era molto diversa. Ma, giorno dopo giorno, sempre più insistente è la voglia di uscire da qui. Nulla ricordo ma tutto mi manca. L’aria, la brezza del mattino che soffiava sul mio volto quando camminavo per strada e l’odore di fumo e alcool del mio appartamento che ho dovuto lasciare perché era in affitto.

Ormai è troppo che sono dentro, forse due anni. I colori dei miei occhi sono svaniti, ricordo solo il grigio della cella, l’arancione della camicia che porto addosso e il nero che ammiro ogni volta che chiudo gli occhi la notte.
Vorrei non avere la sicurezza di uscire da qui con la certezza di vivere un secondo incubo, ma solo avere la possibilità di dare una minima occhiata all’esterno, in quel mondo che mi aspetterà forse in una seconda vita, spero.
Sabrina Aquilini – Cfp Lonati (Brescia) – Classe II ind. Disegno
 

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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