Economia

Lucchini, falco a Brescia colomba a Roma

È un esercizio spesso rischioso quello di raccontare la storia di un protagonista; di un leader molto discusso ma, al contempo indiscusso al punto tale da diventare quasi un'icona della nostra imprenditoria: di quella bresciana e di quella italiana e capace come pochi di essere la sintesi felice di chi ha saputo farsi da solo, con testardaggine, lungimiranza, qualche cattiveria o insipienza, capace di usare i gomiti per sgobbare e non già per farsi largo. La gloria arriverà, ma per la prima capacità, non per la seconda.

È un esercizio spesso rischioso quello di raccontare la storia di un protagonista; di un leader molto discusso ma, al contempo indiscusso al punto tale da diventare quasi un'icona della nostra imprenditoria: di quella bresciana e di quella italiana e capace come pochi di essere la sintesi felice di chi ha saputo farsi da solo, con testardaggine, lungimiranza, qualche cattiveria o insipienza, capace di usare i gomiti per sgobbare e non già per farsi largo. La gloria arriverà, ma per la prima capacità, non per la seconda.

Il rischio dell'esercizio cui si accennava sta nello scadere nell'agiografia, a maggior ragione se il protagonista è vivente e ben presente. Lui è Luigi Lucchini, il Cavaliere fondatore dell'omonimo gruppo industriale e già presidente di Confindustria, assente, per un malaugurato acciacco, alla presentazione in Aib del libro-intervista che Roberto Chiarini ha tratto da lunghe chiacchierate con lui, che fu, per un buon decennio almeno, l'alfiere del capitalismo italiano. Con Chiarini, il collega Alberto Orioli de Il Sole 24 Ore e l'onorevole Mino Martinazzoli a discutere e valutare il libro e a ripercorrere e ricostruire quegli anni che videro il Cavaliere prendere in mano le sorti del patronato italiano - chiamato da casa Agnelli - e quindi a guidarlo per quattro anni, facendogli riprendere fiato e recuperare orgogli. Di Giancarlo Dallera, presidente dell'Aib, il saluto e gli auguri al Cavaliere che - ha ricordato al figlio Giuseppe presente in sala - «per noi è sempre stato un amico e un maestro».

Roberto Chiarini ha ben presente il rischio accennato e saggiamente premette che il libro-intervista non vuole essere la storia né di una impresa né di un imprenditore: «Semplicemente - dice - è la ricostruzione di un vicenda umana». E qui - il libro - dice molto, perché Luigi Lucchini parla molto e chiaro: «Sono diventato un personaggio perché dico quel che penso», è il titolo di un capitolo. E lui, il Cavaliere novantenne, nel libro dice molto di sé. «Uno scavo umano, antropologico», dirà Orioli, ricco di aneddoti, di piccole e grandi storie sconosciute, un affresco della Brescia (e dell'Italia) del Dopoguerra, delle speranze, della fame («La gente non diventava mai grassa»), delle energie e degli spiriti animali che - in quel panorama tutto da ricostruire - videro praterie da conquistare. E Lucchini vi si butta mettendo a frutto una sorta di imprenditorialità innata (ricorda come a 10 anni comprava e rivendeva le caramelle agli amici), un fiuto degli affari raro, una voglia di lavorare senza limiti. Non c'era bisogno di marketing - dice il Cavaliere - fare ferro, in quell'Italia, fu una scelta obbligata. Al progetto - all'impresa - il Cavaliere sacrificò molto, se è vero, come lui ricorda a Chiarini, che fece le prime ferie a cinquant'anni.

È l'inizio di una storia non unica. I bresciani, in trent'anni, diventeranno un riferimento per la siderurgia europea. E lo sono ancora. Quel che fa unico Lucchini è stata la sua visione, per così dire, "politica", che maturò negli anni dopo aver messo le basi di quello che arriverà ad essere un impero da oltre 2 miliardi di euro, con basi in Italia e in mezza Europa, anche se oggi quell'impero è per buona parte passato sotto il controllo (anche questo provvisorio, pare) dei russi.

«Investivo in scioperi»: è il titolo di un altro capitolo del libro che segna quella che potremmo definire come l'ascesa politica del Cavaliere. Non più solo imprenditore, non più solo presidente dell'Aib (dal 1978 al 1982). In quegli anni (1980), Lucchini decide, sono parole sue, di «Investire in scioperi»: è il suo modo di riaffermare «la responsabilità dell'imprenditore». Scioperi e occupazioni non lo piegarono. Il sanguigno siderurgico diventa una sorta di bandiera dell'imprenditoria italiana, colui che riesce a far piegare la testa al sindacato, il falco per antonomasia. Nell'84 diventa presidente di Confindustria. E qui, dice forse con qualche semplificazione la storia, il Cavaliere diventa "colomba": riesce ad avviare tavoli di trattativa con il sindacato, si respira aria diversa. Con i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil (Lama, Carniti e Benvenuto) i rapporti si fluidificano. Si arriva, in buona sostanza, a coniugare l'immagine di un Lucchini falco a Brescia e colomba, per l'appunto, a Roma, anche - lui presidente - si fece il referendum sulla scala mobile che spaccò il sindacato.

Alla serata, Mino Martinazzoli porta aneddoti e riflessioni aggiuntive. E ricorda di cene a casa Lucchini con cotechino e gallina lessa, con l'allora non ancora Cavaliere che «ad un tratto spariva» per tornare con un grande notes sul quale tracciava cifre e disegnava strategie perché - ricordava Lucchini - «le sfide vanno accettate». E le nuove sfide, in quegli anni, per lui erano, ad esempio, il mercato europeo: «Globalizzazione - ricorda Orioli - è una parola che io ho sentito per la prima volta da Lucchini nel 1987: 1987». Ma anche sfide, riandando indietro di qualche anno, più casalinghe. Martinazzoli ricorda la sua militanza di democristiano di sinistra, quindi critico contro la Lucchini (difenderà - vincendo la causa - l'allora segretario della Fim, Marino Gamba, contro Luigi Lucchini), ma allo stesso tempo eravamo «lucchiniani» quando finanziò nel 1974, per far da contraltare al Giornale di Brescia, la nascita di Bresciaoggi (che lasciò poi fallire dopo 14 mesi).

Il libro parla molto di soldi e di molti soldi. Lo fa senza infingimenti, senza ritrosie: «Guadagnare è un divertimento - ammicca il Cavaliere -. È il mio lavoro, il mio unico vero hobby». E dall'industria, il Cavaliere è via via passato alla finanza: Montedison, Comit, Mediobanca, le Generali: il gotha della finanza italiana. Ma a che serve il denaro? «I soldi sono come i mattoni della casa, si mettono l'un sopra l'altro, l'importante è continuare a metterli sopra e di non fare passi falsi perché altrimenti l'edificio crolla». Ma c'è un segreto nel suo successo?, chiede Chiarini nel libro: «Essere intelligenti ma non troppo, la troppa intelligenza è un difetto».

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