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«Quando al rifugio servii strozzapreti al Papa»

Redazione Web

Valcamonica
18 nov 2012, 15:21
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Da Temù, l'Adamello è un artiglio d'argento che spacca in due il tramonto viola della montagna. «È sempre bello, eh? L'ho fatto una cinquantina di volte - racconta Martino Zani - lo amava anche Papa Wojtyla. Quel giorno sciammo insieme sul Pian di Neve e quando si fermava a riprendere fiato si voltava sempre a guardarlo».

La storia di Martino e Carla, rifugisti per una vita e sentinelle dei ghiacciai adamellini, si scrive da sola in un crepuscolo di inizio inverno. Ottantuno anni lui, 76 la moglie: rifugisti alle Lobbie per trentadue anni, il 16 luglio 1984 si improvvisarono cuochi e maestri di sci per Giovanni Paolo II e Sandro Pertini. Martino e Carla di Temù, complici e protagonisti della più importante «scappatella istituzional-religiosa» della storia italiana: accudire per un giorno e una notte il Pontefice e il presidente della Repubblica, in fuga dai rispettivi palazzi, per raggiungere il tetto ghiacciato più grande delle Alpi.

«Se vi dico che ho cucinato gli strozzapreti al Papa, ci credereste?», esordisce Carla. Strano ma vero: almeno quanto sapere che, dopo la storica cena al rifugio, il presidente Pertini non voleva saperne di andare a dormire. Ma come arrivarono Papa e presidente delle Repubblica ad un rifugio a 3.040 metri di quota dove c'erano solo camerate con letti a castello, un bagno che è meglio sorvolare e corrente elettrica a singhiozzo? Risponde Martino: «Fu tutto merito di Gianluca Rosa, maestro di sci di Campiglio che era un ospite fisso del rifugio. Un giorno gli dissi di portare il Papa in Adamello e, un anno dopo, lo fece davvero».

E il presidente Pertini? «Non lo aspettavamo proprio - aggiunge Carla -. Il 14 luglio, al rifugio alla Lobbia arriva un messaggio via radio e mi dicono di preparare due posti letto perchè insieme al Papa arriva un'altra persona importante: e mé ché fòi adès?». Fece tutto il meteo che, la notte tra il 15 e il 16 luglio, buttò giù un paio di metri di neve regalando un'alba cobalto e uno scenario da favola. Alle 9 in punto, sul biliardo bianco e ghiacciato a tremila metri di quota, atterrò l'elicottero del Vaticano. «Prima - ricorda Carla - scende il Santo Padre. Mi avvicino, sento che le gambe cedono e sussurro soltanto "Sua Santità". Lui mi afferra la mano e mi tiene in piedi. Mi sembra ancora di sentirla, quella stretta di mano».

Pertini fu travolto da una vena umoristica d'alta quota e all'inizio del sentiero sconnesso che dal ghiacciaio sale al rifugio chiamò Martino: «Domani torno a Roma e questo sentiero lo facciamo diventare un'autostrada!». Nel rifugio c'è spazio per un thè prima della mitica sciata sul Pian di Neve con un Wojtyla in gran forma. A pranzo, strozzapreti per tutti: anche per il Papa. A cena, minestra, mezza mela e un cucchiaio di Fernet Branca. E Pertini che, via radio, pronunciò la frase che rimbalzò in tutta Italia: «Il Santo Padre e il presidente della Repubblica hanno raggiunto il paradiso!». Fu il paradiso davvero: anche per Carla e Martino.

Sergio Gabossi

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