Si affaccia alla finestra ed ha un sorriso incredulo stampato sul volto. «We’re fine. Stiamo bene» assicura mostrando il pollice in alto. «E i bimbi?» chiediamo. «Siamo in cinque» gesticola indicando l’interno della stanza, da cui proviene un vociare squillante. Poi allarga le mani a disegnare una misura che si aggira intorno ai cinquanta centimetri e sorride ancora. A testimoniare che anche il più piccolo dei rifugiati afghani a Edolo sta bene. Ha solo pochi giorni ed è già rinato due volte, anche se lui ancora non lo sa.
Un bimbo incuriosito fa capolino da un altro affaccio. I suoi capelli scuri fanno «cucù» dal davanzale e poi scompaiono dietro la tenda: chissà cosa ricorderà di questi giorni una volta diventato grande. Pochi secondi e compare anche il suo papà: indossa una canotta bianca, si affaccia, ci nota e si sbraccia per regalarci un saluto infinito. Nella stanza accanto un altro giovane uomo non riesce a contenere la gioia: fa il segno della vittoria, poi alza il pollice, quindi entrambe le braccia. E alla fine invita le due donne che sono con lui ad unirsi al saluto. Ci offrono un sorriso timido, un cenno della mano e sguardi che rivelano un’inevitabile malinconia. C’è un’anziana corrucciata che mangia una mela; e qualche metro più in là un paio di piedi si offre al sole attraverso due ante semiaperte.




