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FINO AL GENNAIO 2021

«Raffaello. L’invenzione del divino pittore»: cosa aspettarsi


Tempo Libero
15 set 2020, 06:30
Il Redentore appartenuto a Paolo Tosio, ora in pinacoteca - Foto © www.giornaledibrescia.it

Il Redentore appartenuto a Paolo Tosio, ora in pinacoteca - Foto © www.giornaledibrescia.it

Raffaello promotore di se stesso nell’Italia e nell’Europa del ’500, grazie alla diffusione delle incisioni da egli stesso commissionate - a partire da sue opere o da disegni creati appositamente - a Marcantonio Raimondi.

Un’operazione lungimirante e coraggiosa (nessuna paura di possibili copie, anzi!) che continuò a dare frutti anche dopo la morte dell’artista a Roma nel 1520 a soli 37 anni, diffondendo il verbo del grande rinascimento in tutto il continente, e contribuendo alla nascita del mito del «divin pittore» all’inizio dell’Ottocento, nonostante all’epoca le sue opere visibili dal vivo si contassero sulle dita di una mano.

Di questa avventura, e della diffusione del mito di Raffaello si occupa la mostra «Raffaello. L’invenzione del divino pittore», a cura della conservatrice dei Civici musei Roberta D’Adda e promossa da Brescia Musei, che si aprirà in Santa Giulia il 2 ottobre (fino al 10 gennaio 2021) e che coinvolgerà, in una sorta di risarcimento post-Covid per le ridotte celebrazioni dei 500 anni dalla morte dell’Urbinate, anche i Musei del Castello Sforzesco di Milano (con una mostra dedicata alla riscoperta di Raffaello da parte di Giuseppe Bossi) e, con esposizioni ed appuntamenti minori, altri centri lombardi. La mostra bresciana viaggerà poi all’estero, su richiesta del Ministero degli esteri, con tappe a Zagabria, Tirana e Sarajevo.

Al centro dell’esposizione, un centinaio di stampe da Raffaello selezionate tra le oltre seicento che fanno parte del patrimonio dei Civici Musei, e che coprono un arco di tempo che va appunto dal primo ’500 all’800.

L’esposizione darà conto non solo della fortuna dell’immaginario figurato raffaellesco, ma anche dell’evoluzione della tecnica incisoria e di riproduzione, dai primi fogli tirati su torchi a mano, alle ultimissime variazioni sul tema affidate alle nuove tecnologie, con animazioni 3D delle immagini, come già si era visto nell’«experience show» allestito in pinacoteca Tosio Martinengo nei mesi scorsi, per compensare l’assenza del «Redentore» prestato alla grande mostra alle Scuderie del Quirinale a Roma.

L’opera è tornata in città nei giorni scorsi e, assieme all’«Angelo» frammento della perduta pala Baronci, documenta la precoce passione del collezionista conte Paolo Tosio per il pittore. Assistito dal «connoisseur» Teodoro Lechi non solo mette le mani sulle due opere, ma riesce a comporre una collezione di incisioni da Raffaello che costituiscono il corpo principale della raccolta civica bresciana.

È Tosio a commissionare a Giuseppe Bezzuoli la riproduzione della Scuola di Atene, e a Felice Schiavoni il dipinto che immagina Raffaello intento a ritrarre la Fornarina, una delle innumerevoli opere a tema realizzate in quel giro d’anni (entrambe le opere, nelle collezioni civiche, saranno in mostra). È sempre lui ad accaparrarsi la serie dei grandi fogli incisi da Volpato e Ottaviani dagli affreschi delle Logge Vaticane, che daranno il via alla moda dilagante delle grottesche all’inizio dell’Ottocento.

Tutte opere custodite ed esposte dal collezionista bresciano nella casa-museo ideata per lui da Vantini, dove due ritratti ideali di Raffaello si trovano in una lunetta dipinta da Gabriele Rottini, e in uno dei tondi di Democrito Gandolfi. Un vero e proprio «tempio» raffaellesco, per un autore «divino» che tra neoclassicismo e romanticismo coinvolse gli artisti europei in percorsi di crescente notorietà (come Ludwig Grüner, partito da Brescia e divenuto consigliere artistico della regina Vittoria) o di profondo misticismo, come fu per Johann Müller, che curò per anni la riproduzione della Madonna Sistina, finendo suicida dopo l’improba fatica.

Sarà un viaggio nella grande arte di Raffaello e nella sua risonanza (a proposito: della Madonna Sistina sono i due angioletti sognanti ormai divenuti icona «pop») che vedrà la nostra città e i nostri musei come epicentro d’energia.

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