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L'INTERVISTA

I «duci rivali»: Mussolini e D’Annunzio a confronto


Tempo Libero
30 giu 2019, 19:15
Benito Mussolini e Gabriele D’Annunzio sul Garda nel 1925 - © www.giornaledibrescia.it

Benito Mussolini e Gabriele D’Annunzio sul Garda nel 1925 - © www.giornaledibrescia.it

Emilio Gentile, al Garda Lake History Festival, dedicato al centenario dell’impresa fiumana di Gabriele D’Annunzio, ha parlato dei «duci rivali», Mussolini e D’Annunzio: due personalità assai diverse, che per alcuni anni furono antagoniste nella contesa per conquistare il ruolo di guida della rivoluzione italiana. Emilio Gentile è tra più autorevoli studiosi del fascismo. Storico di fama internazionale, è professore emerito dell’Università di Roma La Sapienza.

Prof. Gentile, fra i «duci rivali» fu a lungo D’Annunzio a prevalere? Sì, e proprio fino alla conclusione dell’impresa di Fiume. Mussolini era una figura ancora secondaria rispetto a D’Annunzio, anche se nel marzo del 1919 aveva dato vita ai Fasci di combattimento. Questo movimento, tuttavia, era composto solo da piccoli gruppi; e molti fascisti confluirono a Fiume dopo il 12 settembre 1919. Per le masse dei reduci più eccitati dal patriottismo, dal nazionalismo e soprattutto dalla questione di Fiume, il vero duce era D’Annunzio.

Come reagì Mussolini all’impresa di Fiume? La condivise immediatamente. Ma, come dimostra il carteggio, D’Annunzio non era soddisfatto dell’aiuto che Mussolini forniva. Di fatto, salvo lanciare una raccolta di fondi con Il Popolo d’Italia, dedicare ampio spazio ai messaggi del poeta e reclamare l’annessione all’Italia della città, in concreto fece poco per sostenere l’impresa. Cercò anzi in tutti i modi di frenare l’impulso rivoluzionario di D’Annunzio, che voleva attuare da Fiume una marcia su Roma, perché Mussolini non credeva che avrebbe avuto successo.

C’era qualcosa che li accomunava? Soltanto il nazionalismo fanatico. Per il resto, nulla. D’Annunzio era soprattutto un poeta, con una grande capacità oratoria e un potente fascino personale. Mussolini era un politico molto realista: anche se usava un linguaggio rivoluzionario, in realtà non fece mai un tentativo rivoluzionario in Italia, se non con la marcia su Roma. E anche allora, lo fece sotto la pressione di Michele Bianchi, segretario generale del Pnf.

C’è una componente estetica nell’impresa di Fiume? Per D’Annunzio quello era di certo il compimento di una vita concepita come la realizzazione della sua concezione superomista, secondo la quale il poeta è un creatore, colui che non solo scrive poemi ma può manovrare le folle e manipolare la natura umana. A Fiume ebbe la possibilità di creare la propria opera d’arte politica.

Rappresentò una sorta di «prova generale» del fascismo? No. Se indichiamo il significato dell’impresa di Fiume anche nell’esperienza importante della Costituzione del Carnaro, scritta dal sindacalista rivoluzionario Alceste De Ambris e vestita in raffinata prosa da D’Annunzio, vediamo che quella era la Costituzione di una repubblica libertaria e non di un regime totalitario. Il fascismo attinse dall’esperienza di Fiume aspetti esteriori - simbolici, rituali, retorici - ma non lo spirito libertario.

Perché, con la rivoluzione fascista, la personalità di Mussolini prevalse? C’è da considerare un aspetto importante: i vecchi dirigenti dello Stato liberale, alla vigilia della marcia su Roma, cercarono di servirsi di D’Annunzio contro Mussolini. Era prevista una grande cerimonia patriottica il 4 novembre 1922, durante la quale il poeta avrebbe dovuto rivolgere un appello alla pacificazione. Se i fascisti non avessero anticipato la marcia su Roma, forse la storia d’Italia sarebbe stata diversa.

Invece cosa accadde? Conquistato il potere, Mussolini «addomesticò» D’Annunzio, che rimase sempre scontrosamente isolato a Gardone, ma ebbe dal regime onori e denari. Con la guerra di Etiopia anche lui salutò in Mussolini il duce, ma fu ostile all’alleanza con la Germania nazista: disprezzava Hitler.

Ma era realistica l’ipotesi politica di un D’Annunzio alternativo a Mussolini? In quegli anni avrebbe potuto esserlo. Nell’estate del 1921, Mussolini sottoscrisse un patto di pacificazione con i socialisti e la Confederazione generale del lavoro: voleva smantellare l’apparato paramilitare dello squadrismo per trasformare il fascismo in un partito parlamentare. I giovani capi squadristi rivolsero allora a D’Annunzio l’appello di farsi duce di questo nuovo movimento armato. Egli declinò l’invito e Mussolini poté riaffermare il suo ruolo all’interno del nuovo partito fascista, costituito nel novembre del 1921. Da quel momento D’Annunzio non ebbe più un ruolo importante, anche se i primi movimenti antifascisti derivarono dai legionari fiumani, che avevano seguito De Ambris dopo la fine dell’impresa del 1920.

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