Strada facendo

Torchiera di Pontevico, teatro di un delitto che rimane nella memoria

In auto verso Cremona si passa dall’ultimo baluardo bresciano. Qui i ricordi si sintonizzano ad una preghiera rivolta alle vittime di un’orrenda barbarie
Adriano Baffelli

Adriano Baffelli

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La piazzetta di Pontevico che ricorda le vittime della strage di Torchiera -  © www.giornaledibrescia.it
La piazzetta di Pontevico che ricorda le vittime della strage di Torchiera - © www.giornaledibrescia.it

Per me è sempre piacevole attraversare la vasta pianura della nostra provincia, la Bassa ricca di straordinari risultati agricoli e di borghi che al dinamismo bresciano alternano il sapore della vita agreste, e insieme fanno in parte propri i ritmi meno esasperati delle confinanti comunità cremonesi e mantovane.

Sono diretto a Cremona e, dopo una sosta a Manerbio, punto verso sud sulla Strada Statale 45 Bis. Superato Bassano Bresciano, l'ultimo baluardo bresciano ad attendermi è Pontevico, con il suo bel contesto urbano e l'attraversamento del fiume Oglio, solcato dal ponte osservato dall'antico castello.

Primo del paese di confine, lo sguardo cade su un cartello: indica che a sinistra si trova la frazione Torchiera. In un attimo le sinapsi accendono l'ideale archivio che ognuno di noi colloca nell'immateriale cloud naturale fornitoci da madre natura. Un deposito che per ovvie ragioni occupa ulteriore spazio nella mente giornalistica. Strage della Torchiera di Pontevico.

Questo il ricordo sollecitato dall'indicazione stradale. Sono passati 34 anni da quell'orrenda barbarie, consumata nella notte che salutava il Ferragosto del 1990. Spontanea sgorga una preghiera in ricordo di quelle vittime innocenti: Giuliano e Agnese Viscardi e i loro figli, Luciano e Maria Francesca. Aggrediti con furia disumana da due serbi. Uno dovrebbe essere ancora in carcere, l'altro risulterebbe morto in Serbia, anche se Guido Viscardi, il figlio allora già sposato che nella mattinata di giovedì 16 agosto 1990 scoprì i suoi cari trucidati, non si dà pace per l'incredibile mancanza di una prova fondamentale, come quella del Dna, che certifichi con certezza che il defunto indicato da autorità serbe e familiari sia effettivamente uno degli assassini dei suoi cari. Un pensiero solidale rivolgo anche a lui, mentre il profilo del Torrazzo si staglia ormai davanti agli occhi.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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