Strada facendo

Pietro Bellotti da Roè Volciano a Venezia

A quattro secoli dalla nascita le sue opere saranno in mostra alle Gallerie dell’Accademia
Adriano Baffelli

Adriano Baffelli

Commentatore

Pietro Bellotti, «La parca Lachesi» (particolare) - © www.giornaledibrescia.it
Pietro Bellotti, «La parca Lachesi» (particolare) - © www.giornaledibrescia.it

Diretto verso la parte nordoccidentale del lago di Garda sosto a Roè Volciano, evitando una volta di limitarmi a transitare dai Tormini in direzione Salò. La visita e gli incontri nel paese adagiato tra Vallesabbia e area gardesana sono accompagnati da un pensiero che non abbandona le meningi: Venezia.

Nella Serenissima, infatti, è in corso alle Gallerie dell’Accademia, sino al 18 gennaio 2026, la mostra «Stupore, realtà, enigma. Pietro Bellotti e la pittura del Seicento a Venezia», con protagonista il pittore che ebbe i natali a Roè Volciano nel 1625 e che sarebbe morto nel 1700 a Gargnano.

La rassegna cade nel quarto centenario della nascita del pittore dalle radici bresciane e artisticamente adottato dalla città lagunare per un lungo periodo della sua esistenza.

Secondo la critica, i curatori, Francesco Ceretti, Michele Nicolaci, Filippo Piazza, avrebbero opportunamente scelto di inserire le opere di Bellotti all’interno di una rassegna dedicata al Seicento veneto, considerata una fase artistica particolarmente ricca, ma poco conosciuta dal grande pubblico.

La mostra è stata allestita ponendo a confronto le opere di Bellotti con quelle di artisti del suo stesso periodo e loro pure non veneziani d’origine, ma attratti dalla vivacità, culturale, artistica ed economica che si visse alla corte dei Dogi durante la Repubblica di Venezia.

Il percorso espositivo parte proprio dalle radici bresciane di Bellotti, fondamentali per capire il suo sguardo. Effettuo una ricerca per capire meglio il personaggio e la sua pittura. Trova riferimenti critici che evidenziano come sia la Brescia contrappuntata di mercati, confraternite e strade polverose a formarlo: qui Bellotti avrebbe imparato che la pittura può raccontare la trama minuta della vita, quella che si svolge lontano dai palazzi patrizi.

Nelle «teste di carattere», nei ritratti di mendicanti, vecchi, artigiani, si riconosce la fibra di un mondo bergamasco-lombardo attento al vero, temprato da una luce più severa e concreta rispetto alla brillantezza veneziana.

La ricerca per dare un senso compiuto a queste righe regala una sorpresa che richiede verifiche per evitare di cadere in un errore. Ci fu, infatti, un omonimo del pittore bresciano, nato esattamente un secolo dopo. Il Pietro Bellotti o Bellotto, veneziano del Settecento, noto per le sue vedute lagunari, era fratello maggiore di Bernardo e nipote del celebre Canaletto, della luce riflessa del quale avrebbe cercato sponda, in particolare dopo il trasferimento in Francia, utilizzando appellativi come «Sieur Canaletty». Ma, in attesa di ammirare la mostra veneziana del Bellotti bresciano, questa è un’altra storia.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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