Strada facendo

Nell’agosto di 37 anni fa la tragica alluvione in Valcamonica

Percorrendo la Statale 42 all’altezza del Crist di Niardo ancora si notano i danni provocati dall’alluvione del 2022: il pensiero corre alla terribile notte di tregenda che sferzò ventidue paesi della valle dell’Oglio
Adriano Baffelli

Adriano Baffelli

Commentatore

Una foto dei danni a Niardo nel 1987 - New Eden Group © www.giornaledibrescia.it
Una foto dei danni a Niardo nel 1987 - New Eden Group © www.giornaledibrescia.it

Percorrendo la Statale 42 all’altezza del Crist di Niardo ancora si notano i danni provocati dall’alluvione del luglio 2022. Il pensiero corre all’estate 1987, quella degli sconvolgenti eventi meteo in Valtellina, che relegarono in secondo piano quanto di disastroso avvenne in Valcamonica.

Il 24 agosto fu una terribile notte di tregenda che sferzò ventidue paesi della valle dell’Oglio, anche se solo otto sarebbero stati riconosciuti come destinatari dei fondi per la ricostruzione stanziati dalla legge 102 del 1990, la legge Valtellina, appunto. I centri più colpiti furono Cevo, Corteno Golgi, Edolo, Incudine, Saviore dell’Adamello, Sonico, Vezza d’Oglio e Niardo, devastato dalla furia dei torrenti Cobello e Re. Due tranquilli e insignificanti rivoli d’acqua, che in poche ore assunsero sembianze imprevedibili e paurose: tracimarono scaricando sul paese massi, fango, tronchi, tralicci, cancellando strade, ponti, trascinando auto come fossero modellini.

Prima che la notte lo avvolgesse il paese era già precipitato nell’oscurità: mancò l’energia elettrica sui tre nuclei nel quale il borgo di Sant’Obizio fu spezzato per il crollo di cinque ponti e isolato dal resto della valle. Mancarono anche acqua e collegamenti telefonici fissi, allora i cellulari non esistevano. L’orologio del campanile della parrocchiale fermò le sue lancette alle 19.55 di lunedì 24 agosto, accompagnando un boato, preludio dell’enorme massa di detriti e fango che dalle pendici montuose alle sue spalle si scaricò, invadendo il paese.

Da quella massa spaventosa prese forma una lingua assassina di fango e massi che riempì l’abitazione dei coniugi Giovanni Pandocchi e Antonietta Sacristani e che li travolse a una quarantina di metri di metri dalla casa stessa, mentre cercavano scampo fuggendo. Furono ritrovati solo giorni dopo, sommersi dal fango. Stessa sorte toccò a Giovanna Bonomelli, colta dall’alluvione sull’uscio di casa a Valle di Saviore e trascinata nella valle sottostante per quasi tre chilometri.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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