Tutta l'incredibile storia del Rugby Calvisano, dall'inizio

Estate 1999. Il Calvisano ha già alle spalle quasi trent'anni di storia; è una realtà ormai consolidata del rugby italiano; ha festeggiato l'approdo in Nazionale dei suoi figli migliori (Claudio e Sergio Appiani, Paolo Vaccari, Massimo Ravazzolo); vive una partnership molto problematica con l'Amatori Milano di Alessandro Manzoni (donde il nome che per qualche stagione accompagnerà il club, Amatori & Calvisano); hanno vestito la sua maglia campioni All Blacks passati e futuri (Andy Mehrtens, David Hill, John Boe che non è stato All Black ma ci è andato molto vicino).
Alfredo Gavazzi però non si accontenta e sogna maggior gloria. Dice: «A giugno dell'anno prossimo, nel 2000, compirò 50 anni. E voglio festeggiarli con lo scudetto del Calvisano».
La storia del club

Flashback. La società Rugby Calvisano viene fondata nel 1970 dai classici tre amici al bar: insieme a Gavazzi, Gianluigi Vaccari e Tonino Montanari. A Montanari, essendo il più vecchio dei tre, tocca il ruolo di primo presidente. Ai tre pionieri, negli anni si affiancano altri amici, Lorenzo Bonomi (che nel 1975, da direttore sportivo ha vinto lo scudetto con il Brescia), Beppe Vigasio, poi Angelo Zanetti, Francesco Casali, Elio Ghidoni e altri ancora. Il gruppo è mosso da una straordinaria passione per il rugby, ha competenze, mezzi economici, è motivato e ha voglia di arrivare.
A Gavazzi non riuscirà di festeggiare lo scudetto nel 2000, dovrà attendere cinque anni per togliersi quella soddisfazione. Il trionfo arriverà nel 2005, dopo aver perso quattro finali, tre con il Benetton e una, la più dolorosa, nel 2002, con il Viadana.

Rugbisticamente parlando, la prima decade del nuovo millennio è tutta incentrata sulla rivalità Calvisano-Treviso: il piccolo paese della Bassa Bresciana, ottomila abitanti, contro uno dei marchi industriali più importanti d'Italia. Il Calvisano disputa sette finali e conquista due vittorie, 2005 e 2008.
Un passo troppo lungo
Strada facendo però la squadra giallonera si è in parte snaturata: per tenere il passo delle rivali più quotate, per battersi alla pari in Europa (nel 2002 vince in Champions Cup con i gallesi del Neath e un mese dopo sconfigge in trasferta il Beziers) ha dovuto pescare in modo abbondante al di fuori del proprio territorio. I giocatori prodotti in casa sono sempre meno. E quelli che arrivano da altri club e da altre regioni costano cari. Qualcuno comincia a dire che forse si sta facendo il passo più lungo della gamba. Troppo lungo.

Con la nascita delle franchigie e l'ingresso di due squadre italiane in Celtic League, il Calvisano decide di fare un passo indietro. Nell'estate del 2009, a un anno dal secondo scudetto, il consiglio della società delibera la retrocessione volontariamente in A2. Il club trascorre due stagioni nella categoria inferiore, aggiusta il bilancio, risana i conti e, nel 2012, torna in Eccellenza e vince ancora.
Calvisano capitale
Gli anni tra il 2012 e il 2020 sono quelli di Calvisano capitale: l'impianto di Via San Michele diventa uno dei meglio attrezzati d'Italia, dispone di quattro campi (uno sintetico), di quattromila posti a sedere, di una bella club house, di due tribune coperte e ospita buona parte delle partite dei Mondiali U20 del 2015. Un successone.
Alfredo Gavazzi, nel frattempo, è diventato il presidente della Fir, durante il suo mandato l'Accademia nazionale U19 viene spostata da Parma a Remedello, mentre il club raccoglie scudetti su scudetti (5 in totale, due dei quali consecutivi, 2014 e 2015), battendo quattro volte Rovigo in finale. Nel 2015 vince al Battaglini giocando addirittura per un'ora in 14. Molti giocatori approdano alla Nazionale, alle Zebre, e qualcuno anche a Treviso, dopo essere passati da Calvisano.
Non sono anni facili, però, perché tutti questi successi innescano negli avversari malumori, polemiche e ripetute accuse di conflitto di interessi: nel mirino degli oppositori ci sono il ruolo di presidente federale di Gavazzi e quello di patron del club. Chi è stato a Calvisano però, conserva i colori gialloneri nel cuore: giocatori, tecnici, allenatori. In un quarto di secolo, il nome del paese della Bassa, diviene sinonimo di rugby in ogni angolo del mondo ovale. Dall'Inghilterra alla Francia, dal Sudafrica, alla Nuova Zelanda, all'Australia, tutti i gli appassionati di rugby hanno sentito nominare Calvisano.
Le prime avvisaglie di difficoltà arrivano con il Covid. A dicembre 2020 muore Gian Vaccari, fondatore, poi presidente, tifoso, sostenitore. Alfredo Gavazzi dice di lui: «Era il fratello che non avevo». Gavazzi, a sua volta, a quell'epoca, è già malato da qualche tempo, soffre di gravi problemi alla vista e altro ancora. Ciononostante si ripresenta alle elezioni federali del 2021, ma viene sconfitto, con Calvisano diviso tra lui e Paolo Vaccari. Il paese ha perso la sua coesione.

Il resto è storia di questi giorni: la morte repentina, in autunno, l'eredità, pesante, economica e gestionale, lasciata alle nuove generazioni. Un rugby che richiede sempre più impegno, risorse, idee per stare al passo degli avversari. Sipario.
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