Rugby

I «piccoli angeli» del rugby che hanno salvato la vita di un dirigente

Sono arrivati all'Invernici in anticipo e hanno visto un collaboratore del team stare male. Grazie a loro, i soccorsi sono arrivati in tempo
Un ottimo placcaggio di Blessing Leke
Un ottimo placcaggio di Blessing Leke
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Il professor Silvio Basso li ha portati all’allenamento dieci minuti prima per andare a prendere gli altri ragazzini dei Bresciani Rugby. A Gaber, 11 anni, e ai fratelli Michael e Blessing, 10 anni, non pare vero di poter scorrazzare per l’Invernici, a quell’ora ancora deserto.

La consegna sarebbe quella di raccogliere qualche pallone e scambiarselo, però si sa come sono i ragazzini: una volta lasciati liberi fanno quello che gli pare.

Michael sale le gradinate dello stadio, chissà, forse sogna di calcare da grande quel campo da protagonista. Ed è la fantasia di un bambino a salvare la vita di un uomo. Perché il piccolo scorge accasciato sul prato, in un punto visibile solo dall’alto, un corpo esanime. È quello di Roberto «Max» Pasotti, 61 anni, dirigente e collaboratore del team, che nei giorni successivi ha ricordato così quel momento: «Quel giorno ero arrivato al campo per svolgere tutta una serie di attività logistiche legate alle partite che si sarebbero disputate il giorno dopo. All’improvviso ho avvertito un fortissimo dolore retrosternale e il mondo attorno a me si è spento».

Gaber Abohendia corre verso la meta
Gaber Abohendia corre verso la meta

Michael lo vede stare male e informa gli altri. Il primo comprensibile istinto è quello di scappare via, ma non è questo che i tre hanno imparato giocando a rugby. I problemi si affrontano insieme - questa è la prima lezione appresa - e allora si dividono i compiti. Due di loro assistono Pasotti («Sentivo le loro voci e sono state di grande conforto»), l’altro va in giro a chiedere aiuto. Minuti interminabili, forse decisivi. All’Invernici per fortuna arriva in bici Denis, 13 anni, che ha con sé il telefonino. E allora tutti insieme i ragazzi decidono di fare una video chiamata al loro prof. «Erano agitati - ricorda Basso - ma al tempo stesso padroni della situazione. Ho chiesto loro di mostrarmi il volto di Roberto, ho capito la gravità dell’accaduto e ho lanciato l’allarme». Poi l’arrivo dei genitori di altri ragazzi fa scattare la catena di soccorsi. Operato alla Poliambulanza e dimesso nei giorni scorsi, Pasotti ora sta meglio. «Non lo potrei raccontare se non avessi incontrato quei bambini».

Chi sono 

Conosciamoli meglio. Gaber Abohendia egiziano (2012), studente di prima media alla Pascoli, ha la lingua sciolta e le idee chiare. «Da grande studierò marketing». Confessa che, per un breve periodo, stava per passare al calcio. «In quella società non mi insegnavano nulla, dopo un breve riscaldamento ci facevano subito giocare, invece a rugby ogni volta impari qualcosa». I due fratellini Leke, originari del Camerun, pur avendo la stessa età alla scuola elementare Ungaretti frequentano classi diverse, e spiegano perché: «Troppo rischioso stare assieme. Se uno prende una nota, poi l’altro fa la spia coi genitori». Michael ha la saggezza di un giocatore navigato. «Dopo una partita andata male, piangere non serve, ma bisogna trarre insegnamento dalle sconfitte perché solo così cresci».

Roberto «Max» Pasotti, 61 anni, dirigente e collaboratore
Roberto «Max» Pasotti, 61 anni, dirigente e collaboratore

In quanto a Blessing, chiederle se ha timore di giocare con i maschi provoca la risposta contraria. «Semmai sono loro ad aver paura di me. Non c’è niente da fare, sono fatta così, a me perdere non piace». Basta vedere con quanta determinazione va a placcare chiunque trovi davanti a sé. Il professor Basso, che da un mezzo secolo avvia i giovanissimi alla palla ovale, non ha dubbi: «È una delle più forti che abbia mai avuto. Se continua così tra qualche anno la vedremo in serie A».

Intanto questi ragazzi hanno già vinto un’importante partita della loro vita, nel segno dell’integrazione. È di origine straniera anche Denis Sheu, nato nel 2010 da genitori albanesi, quello arrivato al campo col telefonino. Una squadra di soccorso formatasi in tempo reale e che ha saputo prendere le decisioni giuste nel momento giusto, nonostante la giovanissima età. Eroi inconsapevoli, a casa hanno minimizzato. «Non volevamo far preoccupare i nostri genitori - spiegano i fratelli Blessing - e così non abbiamo raccontato loro nulla». Altra lezione appresa dal rugby: nessuno ha il diritto di sentirsi protagonista perché da solo non vai da nessuna parte.

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